giovedì 16 giugno 2011

da Avvenire - Io, Asia Bibi, muoio: ascoltate la mia voce!


da Avvenire
"Io, Asia Bibi, muoio: ascoltate la mia voce!
In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire che cosa provo. Paura, questo è sicuro... ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo. Le lacrime no, non mi hanno mai lasciata. Scendono a intervalli regolari. I singhiozzi, invece, sono cessati. Le lacrime sono le mie compagne di cella. Mi dicono che non mi sono ancora arresa, mi dicono che sono vittima di un’ingiustizia, mi dicono che sono innocente.

Non so molto del mondo al di fuori del mio villaggio. Non ho studiato, ma so che cosa è bene e che cosa è male. Non sono musulmana, ma sono una buona pakistana, cattolica e patriota, devota al mio Paese come a Dio. Abbiamo amici musulmani. Non ci sono mai stati problemi. E anche se non abbiamo avuto sempre vita facile, abbiamo il nostro posto. Un posto di cui ci siamo sempre accontentati. Quando si è cristiani in Pakistan, ovviamente bisogna tenere gli occhi un po’ più bassi. Certi ci considerano cittadini di seconda categoria. A noi sono riservati lavori ingrati, mansioni umili. Ma il mio destino non mi dispiaceva. Prima di tutta questa storia ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan.

Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino. E quando è giudicato innocente, cosa che capita assai di rado, viene immancabilmente assassinato appena lascia il penitenziario. Nel mio Paese l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Essere sospettati è già un crimine agli occhi dei fanatici religiosi che giudicano, condannano e uccidono in nome di Dio. Eppure Allah è solo amore. Non capisco perché gli uomini usino la religione per fare il male. Mi piacerebbe credere che prima di essere esponenti di questa o quella religione siamo anzitutto uomini e donne. In questo momento mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 milioni di pakistani sarebbero pronti a uccidermi con le loro mani.

A chi mi eliminerà, un mullah di Peshawar ha addirittura promesso una fortuna: 500.000 rupie. Da queste parti è il prezzo di una bella casa di almeno tre stanze, con tutti i comfort. Non capisco questo accanimento. Io, Asia, sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine. Il mio unico desiderio, in questa minuscola cella senza finestre, è quello di far sentire la mia voce e la mia rabbia. Voglio che il mondo intero sappia che sto per essere impiccata per aver aiutato il prossimo.

Sono colpevole di avere manifestato solidarietà. Il mio torto? Solo quello di avere bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il «loro» bicchiere, quando c’erano 40 gradi al sole. Io, Asia Bibi, sono condannata a morte perché avevo sete. Sono in carcere perché ho usato lo stesso bicchiere di quelle donne musulmane. Perché io, una cristiana, cioè una che quelle sciocche compagne di lavoro ritengono impura, ho offerto dell’acqua a un’altra donna. Voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto. Desidero che tutti coloro che mi vogliono vedere morta sappiano che ho lavorato per anni presso una coppia di ricchi funzionari musulmani. Voglio dire a chi mi condanna che per i membri di quella famiglia, che sono dei buoni musulmani, il fatto che a preparare i loro pasti e a lavare le loro stoviglie fosse una cristiana non era un problema. Ho passato da loro 6 anni della mia vita, ed è per me una seconda famiglia, che mi ama come una figlia!

Sono arrabbiata con questa legge sulla blasfemia, responsabile della morte di tanti ahmadi, cristiani, musulmani e persino indù. Da troppo tempo questa legge getta in prigione degli innocenti, come me. Perché i politici lo permettono? Solo il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cristiano per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, hanno avuto il coraggio di sostenermi pubblicamente e di opporsi a questa legge antiquata. Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per avere denunciato tanta ingiustizia questi due uomini coraggiosi sono stati assassinati in mezzo alla strada. Uno era musulmano, l’altro cristiano. Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza. Supplico la Vergine Maria di aiutarmi a sopportare un altro minuto senza i miei figli, che si chiedono perché la loro mamma sia improvvisamente sparita di casa. Dio mi dà ogni giorno la forza di sopportare questa orribile ingiustizia. Ma per quanto ancora?"

Copyright © Oh! Éditions, 2011. All rights reserved © 2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Asia Bibi

martedì 7 giugno 2011

TV/ Annozero, 150, Il senso della vita e C’è posta per te: un anno tra successi e flop con lo "spettro" di Mentana (www.ilsussidiario.net)


La notizia era nell’aria e si è concretizzata, Michele SantOro ha risolto consensualmente il contratto con la Rai che non contemplava AnnoZero nel prossimo palinsesto. Levata di scudi a sinistra, è in ballo la libertà d’opinione, brindisi a destra.
Ma se è consensuale e milionaria l’uscita dalla Rai perché i compagni giornalisti s’indignano? Sono forse invidiosi? La solita storia, mano sinistra a pugno chiuso, mano destro sul portafoglio….
Tiriamo ora le somme dell’annata televisiva appena conclusasi sulle tv generaliste. Partiamo dai vincitori, Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli.
Berlusconi ha dichiarato che ha perso a causa della tv. Non ha tutti i torti, le trasmissioni vittoriose sono state Vieni via con me, AnnoZero e Che tempo che fa.
Il buonista sindaco di Milano assomiglia al furbetto Fabio Fazio, che si sdraia a tappeto con Marchionne, che invita solo scrittori radical-chic, ma che non dà spazio a chi non la pensa come Englaro. Con Saviano ha raggiunto il 25% di share con quasi 8 milioni di telespettatori.
L’ex magistrato De Magistris ha un po’ del masaniello SantOro che conduce il programma dove lui vuole, che sa cavalcare la piazza e il bunga-bunga del premier come nessun altro, e gli ascolti sono arrivati a punte del 25% di share con 7 milioni di teste, con una media generale del 20%.
Il gradimento di alcuni programmi tv è lo specchio del pensiero del popolo?
Può darsi, sicuramente hanno creato opinione e Berlusconi ha capito che il segnale della sconfitta elettorale è emerso anche dal successo di queste trasmissioni. E dire che Vieni via con me è andato in onda a novembre, ma solo a maggio si è pensato ad una contromossa: Vittorio Sgarbi. È stato il programma flop dell’anno, una puntata, svariati milioni di euro buttati, ascolti all’ 8 %, un lungo monologo narcisista ed una povera capra immolata per la causa.
Ma anche Mediaset ha i suoi bei flop. Solo due puntate per la nazional-popolare Barbara D’Urso di Stasera che sera. Un programma fotocopia di Pomeriggio Cinque, buttato allo sbaraglio in prima serata della domenica. Un misero 12% che ha scatenato le proteste dei telespettatori quando Barbarona ha intervistato il povero Francesco Nuti. Le lacrime e le tragedie van bene al pomeriggio, ma alla domenica sera Rai Uno ha sempre massacrato Canale 5. Una scelta autolesionista. Per non parlare di Uman Take Control con il Mago Forest su Italia 1. Un insulso pseudo-reality fantascientifico di quasi tre ore e 40 minuti.
Domanda: ma nessuno giudica i pilot prima di mandarli in onda?
Altro buco nell’acqua, anche se nessuno lo dice, è stato Il Senso della Vita con Bonolis. Gli ascolti erano appena più alti di quelli di Barbarona, ma il conduttore romano è sotto l’ala dell’agente Lucio Presta e perciò l’appuntamento con le interviste intimiste è andato avanti sino all’ottava puntata.
Al Biscione hanno resistito e confermato la propria forza C’è posta per te e Uomini e donne di Re Mida De Filippi che da anni non sbaglia un colpo.
L’apice della vittoria del nazional-popolare è stato su Rai Uno il Festival di Sanremo con ascolti da 50% di share.
Agli italiani a parte il consenso per gli anti-Berlusconi, sono piaciute le canzonette per svagarsi, il gossip, le storie nere alla Cronaca Vera. I contenitori per casalinghe da Uno Mattina, Mattino 5, Pomeriggio 5 e La Vita in diretta si sono comportati bene con un 17 % di share per Mediaset e un 23% per la Rai, così come Porta a Porta e Matrix. Le punte di ascolti di questi programmi sono stati il bunga-bunga e i vari casi di omicidio non risolti. Appunto gossip sessuale, pianti, tragedie e sfrugugliamenti vari. Le tragedie pulp colpiscono troppo l’immaginazione della gente che si incolla al televisore.
Passiamo al reality. L’unico che ha resistito per cinque mesi consecutivi è stato il Grande Fratello, e nella prossima stagione sarà ancora più lungo, visto i buoni risultati ottenuti. Dell’Isola dei famosi in Rai per ora non se ne parla, come del contratto di Simona Ventura, mentre X-Factor andrà su Sky.
Un altro bel flop per la Rai è stato Centocinquanta, programma per commemorare il 150° dell’unità d’Italia. Mai mettere due galli nello stesso pollaio: Vespa e Baudo sono quasi arrivati agli insulti in un format che voleva essere d’unità e festa, ma in cui ha prevalso l’egocentrismo dei conduttori. Morale: media del 15% di share. Troppo poco per Rai Uno.
Nel versante Mediaset, anche se è passato abbastanza sotto silenzio, la fiction ha avuto dei picchi negativi notevoli, Distretto di polizia (13%), I Liceali (13%), Le due facce dell’amore (12%), Non smettere di sognare (16%). Disastro su quasi tutta la linea e con I Cesaroni appena al 20%.
Rai Fiction invece a sfondato con una media minima dei suoi prodotti al 19/20%, con il successo del Commissario Montalbano al 32 % (facile questa vittoria, Camilleri è un antico anti-berlusconiano!).
Scherzi a parte (ma la trasmissione dov’è finita? Senza più Lele Mora basta scherzi?), tirando le somme, l’unica che ha guadagnato in ascolti è stata Rai Tre, mentre la più bastonata è stata Italia Uno.
Lo sport in chiaro non esiste quasi più: 90° Minuto è al 14% con 2 milioni e 500mila spettatori, considerando che sia su Sky che su Mediaset Premium i gol sono stati già visti da un’ora, il risultato si può considerare discreto. Resta un mistero l’esistenza di Controcampo su Rete4 dopo le ore 23.30 che raccoglie una media di 650.000 spettatori, con gli spropositi di Cruciani. Povero Alberto Brandi…
Un discorso a parte per La7 che è cresciuta notevolmente grazie a Chicco Mentana, che ha portato il Tg delle 20.00 al 10%. E siamo solo all’inizio… Voci di corridoio dicono di un Fazio, una Gabanelli e di un Floris alla corte di Telecom. Vedremo, raggiungeranno SantOro?

martedì 31 maggio 2011

Book da leggere


Silvio Cattarina
Torniamo a casa
L’Imprevisto storia di un pericolante
e dei suoi ragazzi

Itaca

Avevo iniziato a leggere questo libro quando ho avuto l’occasione di incontrarne l’autore, Silvio Cattarina. Vent’anni fa ha fondato a Pesaro L’Imprevisto, comunità di recupero per tossicodipendenti.
Nel libro mi ha colpito che prima di ogni capitolo vi sono delle brevi testimonianze dei giovani ed anche di qualche genitore.
Nell’occasione dell’incontro con Cattarina, vi erano tre giovani che hanno parlato ciascuno cinque minuti raccontando la propria esperienza di vita. Dalla droga alla certezza di essere ancora uomini, che nella vita si può cambiare e redimersi. Oltre alle regole, tutti e tre hanno raccontato di essere stati accolti con amore.
“Confidiamo in te, potrai fare cose grandi.”
Ascoltare questi ragazzi, la loro consapevolezza e coscienza ha fatto piangere varie persone in platea.
Uno dei ragazzi, Edoardo ha affermato:
“Se non fossi passato attraverso la droga non avrei incontrato me stesso.”

Al termine degli interventi è toccato a Silvio Cattarina, che più che un fondatore si sente un uomo che ha bisogno dei suoi ragazzi.
Quando alla mattina li vede, li abbraccia e chiede loro:
“Siete felici oggi?”
Il suo è un incontro carnale, non intellettuale.
Ha però la coscienza che non è solo lui che opera con i ragazzi, il merito non è suo ma di un Altro.

Dopo l’incontro ho continuato a leggere il libro, a quel punto immedesimandomi con
Una realtà viva e vera.
Auguro a tutti di leggere il libro e di incontrare la realtà de L’Imprevisto

giovedì 26 maggio 2011

www.Tracce.it - Da zero a Qualcuno


Da zero a Qualcuno

di Linda Stroppa
(da www.tracce.it)

24/05/2011 - L’incontro con padre Aldo e quel desiderio continuo di «stare con lui». Così alcuni amici milanesi decidono di dare vita a un’associazione. Per sostenere l’opera del sacerdote missionario «che sta cambiando il Paraguay»La pagella a fine anno non è granché. Anzi si direbbe che è un totale disastro. Quasi una schedina: 1, 1, 0, 2. Qualche bambino teme il rimprovero dei genitori. Qualcun altro, invece, i genitori non li ha più. Dopo la scuola, li rivedi tutti nella parrocchia di San Rafael, ad Asunción. Padre Aldo li attende, prende una pagella tra le mani... Esulta. E li abbraccia: «Nella vita, la cosa difficile non è passare da uno a cinque, ma da zero a uno». Da zero a Qualcuno. «“Dazeroauno”, è il nome della onlus nata lo scorso settembre», racconta Stefano Storti, imprenditore milanese, che con alcuni colleghi e amici ha deciso di sostenere l’opera del sacerdote in Paraguay. «Ho conosciuto padre Aldo a Roma, il 24 Marzo del 2007. Roberto Fontolan mi disse “ti presento un amico”, Padre Aldo. Io e mia moglie ci fermammo qualche istante a parlare con lui. Ci colpirono i suoi occhi. Per me era scattato qualcosa». Che cosa? «Più ci parlava, più cresceva il desiderio di stare con lui». Perché? «Non so spiegarlo, ma ero commosso. Il suo sguardo su di me era lo sguardo di Cristo che riaccadeva in quell’istante. Tempo dopo venne a trovarmi a Milano, nella mia impresa. Quando arrivò spezzò un ramo nel cortile, si fece dare dell’acqua e diede una benedizione alla sede e a quelli che si trovavano lì».
Stefano quel gesto non se l’è più dimenticato: «Gli ho presentato i miei amici. Ho pensato che una persona così dovevano conoscerla tutti. E quelli che gli facevo incontrare non si staccavano più». Persone molto diverse (tra i fondatori dell’associazione ci sono manager, imprenditori, medici, persino un calciatore della Triestina), catturate da quel sacerdote che parla dei suoi malati, come un innamorato, «senza paura di dire “Tu” a Cristo». “Dazeroauno” è nata per questo. «Dal desiderio di stare con lui. Per scoprire come il suo amore per Gesù, attraverso l’abbraccio di don Giussani, riaccade ora, e cambia un pezzo di mondo».
La proposta è concretissima: attraverso una serie di incontri in scuole, imprese e associazioni, "Dazeroauno" sostiene il lavoro quotidiano della Casita de Belén (la capanna di Betlemme), la casa famiglia che accoglie oggi tredici bambini tra gli 8 mesi e gli 11 anni, e la costruzione della nuova Clinica “San Riccardo Pampuri” per malati terminali. «Un giorno padre Aldo e padre Paolino (anche lui missionario in Paraguay) si sono domandati come avrebbero voluto morire. “Come principi”, si sono detti. Curati e amati. E pensarono che anche i poveri malati abbandonati per le strade, come quello che avevano raccolto pochi giorni prima, meritavano la stessa morte». Era il 2004. Da allora l’ospedale si è preso cura di seicento malati terminali, poveri, emarginati, rifiutati dalla società. Morti come principi perché sono stati abbracciati. E sono diventati Qualcuno.

martedì 24 maggio 2011

Book da leggere


Una testa in gioco
di Georges Simenon
Adelphi



Un detenuto in attesa della ghigliottina, accusato di aver ucciso una vecchia ricca e la cameriera, viene fatto scappare, a sua insaputa, dalla prigione. L’idea è di Maigret, non convinto della colpevolezza del detenuto, che dopo aver urlato la sua innocenza si era rinchiuso in un silenzio assoluto.
Vaga per Parigi con alle calcagna i poliziotti finchè non si ferma davanti ad bar di un hotel.
Maigret conosce nel bar uno strano personaggio su cui punta le sue indagini. È un cecoslovacco povero in canna che sta tutto il giorno al tavolino bevendo un caffelatte apranzo e cena. Nello stesso bar capita anche il nipote dell’anziana uccisa, che ha ereditato i beni della defunta.
La faccenda s’ingarbuglia.
Bel romanzo, scritto fluidamente e che fa restare incollato il lettore. Anche in questo s’intuisce il vero colpevole, ma non il movente.

sabato 21 maggio 2011

Benedetto XVI e i Martiri Cristiani

Alcuni giorni orsono, sul Sussidiario.it ho recensito il film Cristiada che parla della rivolta dei cristiani perseguitati in Messico dal 1926-'29: CRISTIADA/ Dopo Uomini di Dio, un nuovo film sui martiri cristiani.
Tra l'anno scorso e quest'anno sono stato in Israele e Libano e ho constatato la difficile situazione dei due paesi del Medio Oriente in cui vivono i cristiani.
Ringrazio Dio della testimonianza degli amici che ho incontrato in questi due paesi.
Di seguito l'articolo di Avvenire di Marina Corradi che commenta l'intervento del Papa alle Pontificie Opere Missionarie.

15 maggio 2011 - Avvenire

Farsi afferrare da Gesù

Quella radice che dà forza

I cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al Sudan, e avere anche una vaga memoria della ferocia subita, per domandarsi istintivamente: non aver paura? E come si fa, in certi posti, a non avere paura? Perfino lontano dagli scenari sanguinosi, nel civile sicuro orizzonte occidentale, non ci vuole un po’ di coraggio forse semplicemente per palesarsi cristiani in un mondo secolarizzato? (Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, quella tacita pressione a richiudere la fede in una camera privata, interiore, a non portarla nell’arena del vivere comune).

Non dobbiamo avere paura, dice Benedetto XVI, e le sue parole riecheggiano quel "non abbiate paura" di Giovanni Paolo II la cui eco è risonata il primo maggio in una piazza San Pietro gremita e commossa. Già, non dobbiamo; ma, come si fa a non avere paura? Come fanno i cristiani in vaste zone del mondo a vivere, e a restare e a testimoniare il Vangelo, nella minaccia che incombe? E come facciamo più modestamente noi, a non trovare più comodo e conveniente allinearci, omologarci al conformismo della cultura dominante?

Non bisogna avere paura, già; ma, come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare. E allora un ascoltatore distratto potrebbe pensare a un imperativo morale che ci venga comandato, cui con le nostre forze dobbiamo aderire; come soldati, ai quali sia stato inculcato un senso militare dell’onore, e non ne possano venire meno.

Ma c’è un passaggio nel discorso di Benedetto XVI che di quel "non abbiate paura" è la chiave di volta, e che nella sintesi dei titoli dei giornali rischia forse di non essere abbastanza notato. «Condizione fondamentale per l’annuncio è lasciarsi afferrare completamente da Cristo», dice il Papa: in questo essere afferrati è la "linfa vitale" del cristiano e dell’annuncio cristiano. Affermazione che, a guardarla dalla platea di un cristianesimo formalmente e distrattamente ereditato – come è per non pochi in Occidente – è un capovolgimento radicale della questione. Perché la vulgata appresa da molti della nostra generazione – forse per colpa anche nostra, noi alunni svogliati – sembrava insistere sul cristianesimo come un "dover essere", un dovere aderire a una morale, uno sforzarci di virtù.

E invece la condizione fondamentale per vivere la fede e annunciarla, ricorda Benedetto, è «lasciarsi afferrare completamente da Cristo». Un essere presi, conquistati, abitati; non un doverismo, un ferreo imporsi una legge da osservare. Come Benedetto XVI ha scritto nell’incipit della Deus caritas est, «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». E dunque quel "non abbiate paura" che da Giovanni Paolo II a Benedetto ci viene ripetuto non è l’ordine di aderire a un imperativo sia pure superiore, ma è l’esortazione a lasciarsi semplicemente afferrare da Cristo.

Certo, anche questo comporta una paura, in uomini educati al culto di sé stessi, e di sé padroni; è un abbandonarsi, e anche questo richiede coraggio. Certo, ognuno può obiettare di essere inadeguato e incapace, non assolutamente all’altezza di quel compagno. Ma il nostro Dio, ricorda il Papa, è uso a mettere il suo tesoro in "vasi di creta". E la creta è terra, comune, e fragile. Però nella forma del vaso è fatta per accogliere. «L’anima non è che una cavità che egli riempie», ha scritto Clive Staples Lewis – l’autore di Cronache di Narnia – con l’intuizione folgorante del poeta. E dunque noi vasi di creta, materia da poco; ma, colmati, capaci anche di un’appartenenza più grande della paura.
di Marina Corradi

lunedì 16 maggio 2011

Book da leggere (vai al sito di ReNoir Coimics)


Don Camillo
a fumetti
Un capobanda piovuto dal cielo

ReNoir Comics

Per chi è appassionato della saga di Don Camillo e Peppone, non può fare a meno di acquistare questo volumetto. L’editore ha annunciato che sarà il primo di una serie sempre con a tema i racconti di Guareschi.
In questo volume sono illustrati otto racconti con protagonisti i due nostri personaggi, tratti dai racconti pubblicati sul Candido. Vi sono poi due episodi facenti parte de Le Storie del Mondo Piccolo.
Alcuni racconti li abbiamo visti anche trasportati al cinema, mentre Il Compagno Gesù e Il Vittorioso sono lo specchio della vita quotidiana nella Bassa.
I fumetti sono ben disegnati e sono in bianco e nero. Le strisce sono fedeli alle storie originali, tanto che i figli di Giovannino, Alberto e Carlotta hanno firmato la pagina iniziale scrivendo che il loro padre, appassionato di fumetti, sarebbe stato felice dell’opera.