martedì 3 aprile 2012

GRANDE FRATELLO 12/ Sabrina vince l'edizione più "stanca" del reality Mediaset



GRANDE FRATELLO 12 - Il commento alla finale - Sembrava un pesce d’aprile, ma era invece realtà. La casa è stata chiusa in anticipo, ma senza un decreto legge. Finalmente anche il dodicesimo Grande Fratello se n’è andato. A dirla tutta questi 161 giorni sono passati abbastanza in sordina per il programma. Questa edizione è stata una delle più scarse e deludenti, non solo per l’audience, ma perché il programma è stato qualitativamente un flop e non lascerà nessuna traccia nella storia televisiva.
Perché? Semplice, nonostante la corazzata Mediaset si sia impegnata come tutti gli anni con un canale del digitale terrestre, con finestre in tutti i programmi di Canale 5, con servizi nei telegiornali, con paginate su Sorrisi e Canzoni Tv, l’esposizione mediatica non ha dato comunque frutti. Il problema è stato di contenuto, cioè di cast. Gli autori debbono ringraziare che il Biscione abbia voluto azzardare un’altra edizione, ma dovevano rimboccarsi le maniche. La scelta dei partecipanti è stata deludente, un low profile diffuso, nessuno aveva le qualità per emergere e per far scoccare la/e scintilla/e nel programma. È vero anche che siamo alla edizione numero 12 e tutto è trito e ritrito. A maggior ragione bisognava scegliere dei partecipanti speciali, eclettici con carattere e personalità, e non vivere di rendita.
A Mediaset se ne sono accorti quando è arrivato Fiorello su Rai Uno? No, molto prima, ma non potevano fare altrimenti, sostituire le ore di messa in onda spalmate nel palinsesto con altri programmi sarebbe stato troppo oneroso. E allora perché non infilare la balconata Cristina e il vecchio Patrick? Una scossa però di bassa tensione, nessuno dall’emozione è caduto dal traliccio.
C’è stato un po’ di movimento questa settimana, il popolo della rete e di Facebook ha inondato di post Alessia Marcuzzi. Non certo benevoli, insulti a lei e agli autori per l’esclusione di Ilenia, per combine nell’utilizzo del televoto, per aver favorito Sabrina, per l’orrendo cast, ecc. A dire il vero queste polemiche hanno solo ravvivato l’interesse per la serata finale del GF. Una serata scialba (3.926.000 telespettatori e uno share del 21.82%) con la passerella dei concorrenti eliminati, in primis Ilenia, contributi filmati dei vari genitori e amici e pianti stile Fornero a più non posso. Scazzi e ancora finti litigi. Un noioso rewind.
Mentre la Juventus festeggiava negli spogliatoi la vittoria sul Napoli e sulla fiction Maria di Nazaret (che ha vinto la serata con 7.163.000 telespettatori in valore assoluto, share 25.25%) scorrevano i titoli di coda, alle 23.16 Alessia annunciava il primo verdetto del discusso televoto.
Quinta classificata, Martina. La più giovane della casa con i suoi 21 anni, ha ceduto alle avances di Fabrizio, per poi, abbandonata, corteggiare il vecchio Patrick. Da asilo materno.
Il quarto classificato è stato Franco, belloccio riccioluto mediorientale, si è svegliato con l’ingresso nella casa del matusa Patrick, divenendo suo compagno di goliardia. Pare sia stato scritturato nel cast con Luca e Paolo di Scherzi a Parte.

Quasi a mezzanotte, sprecata per l’ora tarda, come Cenerentola si è palesata Noemi cantando “Sono solo parole”. Come è venuta è scomparsa. Poteva mandare un cd. Non aveva certo bisogno dell’ospitata al GF.
L’ultima ora di programma è stata una tortura. La Marcuzzi ha annunciato grandi sorprese: una telefonata da ricevere semivestito in piscina per Patrick e poi la comparsata della sua amata nonna. Tutto scontato per arrivare a svelare il terzo classificato, appunto Patrick. Forse l’unico che si è divertito in questa edizione (ma quanti euri gli avranno dato?).
Poi è ripartito il televoto per scegliere tra la bionda e la mora (anche questo scontato), le rimanenti Gaia "la grezza" e Sabrina "la sguaiata". E tra un filmato e l’altro, tra un pianto e l’altro, tra un abbraccio fra madre e figlia, mentre più di mille persone commentavano su Facebook, alle ore 01.00, la vincitrice è stata acclamata.
Sorpresa? No di certo, il copione era già stato scritto: Sabrina.
Dopo 161 giorni e 24 prime serate, le porte della casa sono state chiuse. Grazie a Dio pare che la tredicesima edizione non ci sarà. Per cabala, per mancanza di euri, per usura del programma. Si passerà direttamente alla quattordicesima edizione? Speriamo proprio di no!

domenica 1 aprile 2012

Guareschi l'umorismo e la speranza (www.ilsussidiario.net)



Walter Muto
Guareschi l'umorismo e la speranza
Marietti 1820


Non si considera un letterato anche se si è laureato in lettere moderne, ma un musicista. Per passione e per amore, come lui afferma, ha scritto questo libro. Per passione di Giovannino Guareschi e dei suoi scritti.
Walter Muto ha presentato il suo libro, Guareschi l’umorismo e la speranza, edito da Marietti 1820 in un’affollata libreria dell’hinterland milanese. Il libro è una piccola antologia a commento dell’opera del padre di don Camillo e Peppone. Lo snodo centrale del libro è la parola umorismo.
Oggi quando parliamo di ciò pensiamo a Zelig, a Crozza che fustiga i politici, a Berlusconi oggetto di culto sarcastico dei uomini della sinistra come Vauro e la Guzzanti.
Nel libro, l’autore evidenzia che l’umorismo nasce sempre dall’ironizzare su sé stessi come Guareschi afferma: “L’umorismo non è un genere letterario ma un modo particolare di intendere la vita”.
E ancora: “[…] l’unico argomento di cui posso trattare scherzosamente in pubblico con la sicurezza di non suscitare risentimenti, è quello costituito dalla mia persona e dai miei affari personali”.
L’umorismo è nemico della retorica, geniale fu l’invenzione dei trinariciuti, uomini con una terza narice da cui esce la materia grigia cerebrale per lasciare entrare le direttive del partito. Non sono solo i comunisti, che il nostro rappresenta anche con le sue vignette, ma chiunque rinuncia a pensare con la propria testa.
Guareschi parte sempre dalla sua vita, dalla Bassa, dalla sua famiglia, dal lager, in breve, parte da ciò che vive e dalla realtà e la sua concezione di esse è assolutamente cristiana. È il Destino, o come spesso dice Giovannino, è la Divina Provvidenza che permette di cogliere il positivo dell’esistenza.
È perciò il suo un umorismo profondamente cristiano.
Walter Muto accosta al nostro scrittore l’americana Flannery O’Connor perché intravede nei loro scritti lo stesso comune intervento della Grazia divina nella vita degli uomini, del Mistero, che per entrambi lascia però vitale la libertà dell’uomo.
Da questa concezione si pone l’accento su l’umorismo di Guareschi come speranza, da cui nasce anche il titolo del libro.
Provate a riflettere un attimo: è andato in guerra, è stato in un lager nazista, è stato imprigionato in Italia dai democristiani che aveva aiutato nelle elezioni del ’48 con il suo Candido, è stato bistrattato dalla intellighenzia italiana che brindò alla sua carcerazione.
Ma non ha mai odiato nessuno e mentre era in carcere scriveva: “È Dio che regola queste faccende e Dio non sbaglia mai. Il mio cuore è sgombro e leggero.[…] Completa è la mia fede nella Divina Provvidenza che, per essere veramente tale, non deve essere mai vincolata da scadenze”.
C’è in Giovannino la certezza di un Destino buono.
Conclude Walter Muto con un sillogismo: “Guareschi è un vero umorista. Guareschi è un cristiano.Un vero umorista può solo essere cristiano”.

giovedì 29 marzo 2012

La Réclame





La vita va presa con Visa, in velocità.
È questo il claim della campagna per le Olimpiadi di Londra della carta di credito Visa.
L’idea dello spot non è nuova, un uomo in corsa che utilizza la carta di credito era già stata utilizzata anni orsono.
Ma qui il colpo vero è il testimonial, il fulmine Usain Bolt, che in giacca e cravatta, si cimenta in una gara per le vie di Londra con un grassoccio improponibile e barbuto avversario.
Bolt corre continuamente, mentre il rivale utilizza i mezzi più disparati.
Entrambi arrivano allo stadio olimpico e lì c’è il colpo di scena: Bolt si china per ultimo ai blocchi di partenza, alza lo sguardo e vede che il suo rivale è lo starter della gara.
Efficace e gustoso spot. Certo che dopo il fulmine giamaicano la campagna finirà, a meno che subentri un atleta più veloce di lui. Impossibile, per ora.

martedì 27 marzo 2012

Graham Greene 4 - (www.culturacattolica.it)



Fine di una storia
The End of the Affair - 1951


Londra bombardata nella Seconda Guerra mondiale. Due amanti, Sara e Maurice. Scoppia una bomba e la donna crede che l’uomo sia morto. Invoca Dio chiedendo il miracolo e fa un voto:

"Dissi molto lentamente: lo lascerò per sempre ma lascia soltanto che viva e abbia la sua possibilità …"

Maurice si presenta vivo e vegeto e la vita di Sara prende un’altra piega.
Un evento eccezionale è accaduto, corrispondeva al desiderio della donna.
Sara non è credente, non ha fede, ma questo è l’inizio della sua drammatica avventura personale in cui cerca Dio e lo supplica:

"Buon Dio, se solo Tu potessi scendere dalla Tua Croce per un momento e farci salire me, invece. Se potessi soffrire come Te potrei guarire come Te".

Maurice non accetta di riconoscere quell’avvenimento.

"Non voglio la Tua pace e non voglio il Tuo amore. Volevo qualcosa di molto semplice e molto facile: volevo Sara per la vita e Tu me l’hai tolta. Coi Tuoi grandi progetti Tu rovini la nostra felicità, come la mietitura rovina la tavola di un topo: io Ti odio, o Dio, ti odio come se tu esistessi".

Sara muore e si scopre che sua madre l’aveva fatta battezzare a due anni. Dio l’aveva scelta, e non l’aveva mai abbandonata, l’aveva preferita.
Ma la ragione di Maurice non aderisce neppure davanti ad altri due fatti miracolosi attribuiti a Sara. Per lui sono solo orribili coincidenze e si rivolge così a Dio:

"Tu hai fatto abbastanza, Tu mi hai derubato abbastanza; io sono troppo vecchio e stanco per imparare ad amare; lasciami in pace per sempre".

Greene parte sempre dalla caducità umana, dal suo peccato per esaltare la misericordia di Dio.
Un Dio che non abbandona chi ha scelto, un Dio che ha una preferenza.
Un Dio che lascia all’uomo la libertà di riconoscerlo, di sbagliare senza mancare nella sua fedeltà.

(fine)

domenica 25 marzo 2012

Vivere e Morire come principi - (www.dazeroauno.org)



Più di 600 persone hanno partecipato alla testimonianza di Padre Aldo al Cinema Marconi di Cinisello giovedì 22 marzo. La serata fortemente voluta dal sindaco, Daniela Gasparini, ha avuto un inizio con il saluto del primo cittadino.
Quando il tema è il fine vita, ci sovviene il ricordo della tragica morte di Eluana, e la domanda se, e come è meglio morire, sorge spesso spontanea.
Ma non è stata una serata di discussione politica, il punto di partenza di p. Aldo è l’abbraccio che lui ha avuto da don Giussani, è l’abbraccio di Gesù Cristo.
La domanda che lui ha nel cuore e che pone continuamente è:
Chi sono io? Perché esisto?
L’uomo è esigenza di felicità, la vita non può che essere per l’immortalità.
E il come morire è dentro questo percorso.
Così è nata la clinica, per questo vengono curati i casi medici più difficili, Aids, tumori aggressivi.
Nella clinica San Riccardo Pampuri, si entra per morire, ma ogni malato è accudito e accompagnato con amore alla morte.
Il direttore sanitario della clinica è il Santissimo, che per tre volte al giorno p. Aldo, porta in processione, letto per letto ad ogni ammalato.



È intervenuto anche il direttore della clinica, dott. Sergio Franco, che non ha parlato di eccellenza sanitaria come noi italiani siamo abituati a comprendere. Ha confermato che il motore di tutto è l’adesione a Gesù Cristo ed il guardare a p. Aldo.
E nessun particolare è trascurato, dalle cure mediche, alla pulizia, alla bellezza del luogo, alla compagnia ai sofferenti.
E gli ammalati, che sanno di dover morire, muoiono in pace.
È paradossale che un malato, alcuni giorni prima del decesso, abbia composto una canzone dal titolo Morire Cantando.

venerdì 23 marzo 2012

Premio Arrogance (www.liberoquotidiano.it)



Freccero minaccia Libero "Fascisti, io vi rovino"

Salve sono Borgonovo di Libero.
«Complimenti. Vi faccio i complimenti, veramente straordinari. Mi fate togliere Fisica o chimica al mattino».
Ma perché?
«Per il tuo articolo di merda».
Perché la chiudono?
«Perché i cattolici, capisci...».
Scusi, ma noi non abbiamo mica chiesto di chiudere le serie.
«Lei è peggio guardi. Siccome il suo direttore mi ha chiesto di aiutarlo quando c’era il programma, io racconterò tutto. Lei giustamente fa il suo lavoro. E io faccio il mio, racconto Libero che cosa fa, che mette le donne nude, che il suo direttore chiede notizie a me... Racconto cos’ha il cardinale di Genova, racconto tutto. Facciamo pari e patta. Lei troverà una persona che le farà un culo... Vedrà. Naturalmente io al pomeriggio non tolgo un cazzo, perché do le dimissioni... Lei è veramente un censore. Lei è XXX (fa il nome di un noto giornalista, ndr), lei è il XXX della redazione».
Io ho semplicemente scritto un pezzo...
«Ma un pezzo dei coglioni, perché non l’ha vista la serie, lei».
Io la vedo sempre, invece.
«La serie è pedagogica, cretino. Comunque a me non importa nulla. Io...».
Mi scusi allora, le cose che ho scritto ci sono o no? Sono vere o no?
«Sono false. Bisogna leggerle nel contesto della narratività. Lei purtroppo non è un esperto di televisione, mi dispiace. Dovrebbe leggere interamente il contesto di pedagogia...».
Però io sono uno spettatore, mi sono accorto della serie perché l’ho vista, guardo Rai 4 e ho anche scritto che è una bella rete.
«Ma lo dice l’Upa, non ho bisogno dei suoi complimenti...».
Io dico quello che penso.
«Io dei suoi complimenti non ho bisogno. Io c’ho l’Upa, i pubblicitari, i clienti, io me ne frego di lei, di quello che dice lei... Ma puoi capire se ho bisogno dei suoi... Comunque dico solo che racconterò le cose che ci sono fra me e il direttore del giornale. Siccome il direttore quando ha bisogno mi chiama per dire “mi aiuti a fare un programma?”, racconterò queste cose».
Non mi sembra però che il mio articolo abbia a che fare con un suo rapporto personale col direttore...
«Mi fanno togliere la serie al mattino...».
Ma chi vuole toglierla? Io non ho visto nessuna agenzia finora.
«Marano mi ha chiamato perché è la Lei che vuole... Tanto non verrà rieletta, la Lei. Anche se è amica di tutti i pedofili non verrà rieletta. I pedofili non la possono aiutare. Mi capisce? Io questa volta sarò una iena col suo direttore».
Non capisco cosa c’entri il direttore. Nel pezzo ci sono le mie opinioni, e fra l’altro non si chiede di cancellare la serie.
«Ma il digitale non è la Rai, non è Don Matteo. Siccome so che a Mediaset sono impazziti per Rai 4, siccome io gli faccio il culo tutti i giorni... Ma poverini... Vedrà, vedrà che conferenza stampa facciamo. In cui io racconterò che lei è come XXX, tale e quale XXX. Veramente XXX. Io penso che anche lei sia culattone come XXX».
Mi spiace che lei usi questi termini.
«Sono pronto... Vedrà cosa succede. Io poi conosco tutto della Chiesa. Io e YYY (un altro giornalista, ndr) siamo amici... Io so delle cose... Io e YYY siamo amici».
Guardi, io non parlo né con la Chiesa né con XXX né con i cardinali né con la Rai. Io ho fatto un pezzo da spettatore, vedendo una serie ed esprimendo delle opinioni.
«Infatti io stamattina non l’ho mica chiamata. Mi ha chiamato Marano, che la Lei gli fa il culo perché devo togliere questa serie. Ma al pomeriggio non la tolgo nemmeno... Anzi faccio la replica. Perché se no rischio di dare le dimissioni. E chiedo a tutti quanti di assalirvi e di portare i forconi sotto il giornale, perché ho più spettatori io che lettori voi, questo è indubbio. Ho più spettatori io. Per cui vi mando i forconi sotto la redazione del vostro giornale di merda. Che fate degli articoli indecenti, di pornografia. Per cui veramente, questa volta vi faccio... C’ho più spettatori io che voi. Lei è uno stronzo fascista che mi ha fatto chiudere una serie».
Non la chiudo io la serie.
«La Lei che vuole rinnovare... Tanto non verrà rinnovata dai pedofili, perché i pedofili non contano più nulla, è chiaro?»
Non so chi siano i pedofili.
«Sono i suoi amici cardinali. Poi racconto di come il direttore mi chiede notizie quando deve fare i programmi».
Mi pare che siano due cose completamente diverse, ripeto…
«Questa volta, eh ragazzi... Fate chiudere Luttazzi, fate chiudere Santoro...».
Io non faccio chiudere nessuno.
«Lei fa chiudere Luttazzi...».
Ma io non conto niente...
«Le vedo le fotografie delle ragazze nude che mettete, gli articoli che fate... Ma siate laici, siate laici».
Guardi che io sono assolutamente laico.
«No, lei mi sembra un deficiente».
Va bene.
«Io mi vendico in quello che posso dire. Mi fanno chiudere questa cosa... È indegno, indegno. Ma d’altra parte è così il giornale vostro, è così. Volete chiudere tutti. Volete solamente esserci voi che dite cazzate in libertà. Voi che siete liberisti e volete far chiudere tutto, ma che livello è?».
Veramente io non ho detto di chiudere un bel niente. E poi non dipende da me, fossi io a decidere che cosa va in Rai...
«Non è il servizio pubblico di Rai 1, impari qualcosa. Bisogna venire incontro a tutti i pubblici. Legga qualche libro!».
Le assicuro che li leggo.
«Il digitale, Rai 4 non ha questa funzione. Lei è un asino. Comunque mi ha fatto chiudere la serie al mattino, mi vendicherò col suo direttore. Anzi, con lei non ho niente. Non ho nemmeno chiamato. Ha fatto il suo dovere, poi io lascio libertà. Non vado a chiamare il direttore dicendo “lo sai che un tuo...”. Non l’ho mai fatto, però racconterò che i cardinali pedofili mi fanno chiudere e attraverso un giornalista...».
Ma guardi che io con i cardinali come dice lei non ho nessun rapporto. Non è che io ricevo telefonate da un cardinale che mi dice “faccia chiudere la serie”. Io non parlo con nessun cardinale, ho scritto un pezzo da spettatore sulla sua rete, che guardo. Capito?
«Comunque vabbé, è la prima rete del digitale. Rai 4 non ha nulla a che vedere... Non si può fare solo Don Matteo, imparate dalla tv americana. Ma quale tv educativa, impari qualcosa. Impari a non fare il moralista, a non fare il coglione seguendo i pedofili. Lei è al servizio dei pedofili, dell’Opus Dei. Adesso parlo io con YYY. Con YYY e il direttore. Lei è libero di scrivere. Vedremo la battaglia. Sarà il sangue e il sangue scorrerà».

da www.liberoquotidiano.it

mercoledì 21 marzo 2012

Graham Greene 3 - il Potere e la Gloria



Il potere e la gloria
The Power end the Glory - 1940


Nel Messico degli anni ’20 il governo massonico perseguitò in maniera sanguinosa la Chiesa. Il protagonista è un prete che sta scappando negli Stati Uniti. È chiamato prete spugna, dedito all’acquavite, con una figlia avuto dopo una notte d’amore. Un peccatore. Ma nonostante questo il popolo lo nasconde dall’esercito, vuole essere comunicato da lui, vuole che i propri figli siano battezzati, vuole essere confessato. Credono in Dio e non sono scandalizzati dagli errori umani. Un misero prete, peccatore come ciascuno di noi, ma scelto da Dio.

"Invece, il fatto che io sia un vigliacco… e tutto il resto, non ha molta importanza. Io posso ugualmente deporre Dio nella bocca di una persona e posso darle il perdono di Dio. E questo varrebbe anche se ogni prete della Chiesa fosse come me".

Il potere cerca di eliminare Gesù Cristo, cerca di rendere schiavo l’uomo dei propri peccati. Ma la fedeltà e la misericordia di Dio non abbandonano l’uomo. E questa è la Gloria divina.
Il prete spugna viene attirato in una trappola, un gringo in punto di morte chiede di essere confessato. Lui è cosciente che sia un tranello, ma va a fino in fondo alla propria vocazione. Verrà arrestato e fucilato.

"Quando si svegliò era l’alba. Si era svegliato con un’immensa sensazione di speranza, che lo abbandonò di colpo e completamente alla vista del cortile della prigione. Era la mattina della sua morte.
Provava solo un’immensa delusione di doversi presentare a Dio a mani vuote, senza un’opera da offrire. Gli parve, in quel momento, che sarebbe stato così facile essere un santo. Sarebbero bastati un po’ di disciplina e un po’ di coraggio. Si sentiva come chi, per pochi secondi, avesse mancato l’appuntamento con la felicità. Adesso sapeva che, alla fine, una sola cosa conta veramente: essere santi".


(3 - continua)