mercoledì 13 febbraio 2013
Pagelle pre Sanremo
http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/SANREMO-2013-IN-TV/2013/2/12/SANREMO-2013-Le-pre-pagelle-Fazio-e-Crozza-han-gia-vinto-il-Festival-dell-auditel/362840/
Stasera parte Sanremo 2013, ma in verità il festival è già iniziato da po’.
I bla, bla, bla su tutti i giornali e sulla Rai ci hanno già riempito le tasche, quindi, direi che è lecito, anzi è obbligatorio dare le pagelle a questo evento e ai suoi personaggi.
Fazio. È il ciambellano televisivo dall’aria buonista di una certa cultura radical chic, con freccia a sinistra, che quando intervista i potenti si mette a pelle di daino. Ha annunciato che sarà un a kermesse votata alla leggerezza e all’allegria. Sicuramente ci sarà la politica che si mischierà con la musica. Sarà un concertone del 1° maggio visto i compagni che si succederanno sul palco. Da oggi poi, probabilmente, si candiderà a Pontefice. Voto 7 per la furbizia, per il buonismo, per la sua faccia da cera e per le sue finte balbuzie.
Littizzetto. Le diamo 350 mila euri per: 1- non fare la valleta, 2 - non fare la comica (è da molto ormai che non le riesce), 3 - non fare battute su Berlusconi, non è la Balti. Potevamo anche farne a meno. I soldi sono in proporzione al numero di scarpe (33 e mezzo)? Voto5 , era da lasciare in fila alla Coop a fare la spesa.
Ideona 1. Due canzoni ad artista. Questa non male, almeno sentiremo un po’ di musica e meno sproloqui del presentatore. Voto 7 , solo musica (speriamo).
Ideona 2. Boccelli, Barenboim, Harding. Per compensare la troppa musica leggera, non male proporre anche quelle pregiate. Voto 7, speriamo non sia solo passerella.
Modelle. Anche l’occhio vuole la sua parte. Le super modelle Balti e Refaeli non guastano, anche se fan parte di un cliché ormai scontato. Voto 8, alle due super belle.
Annunciatori. Max Biaggi, le sorelle Parodi, la Pedron, Roberto,Giacobbo, la squadra di fioretto femminile, etc. A dire il vero di tutta questa gente potevano farne a meno. ma li pagano? Voto 5, ma la Littizzetto cosa ci sta a fare?
Albergatori. A Sanremo sono contenti. Con tutti gli ospiti, comici, annunciatori, modelle, giuria di qualità, e chi più ne ha ne metta, gli alberghi sono pienissimi. Senza voto, ma ringraziano il conterraneo Fabiolino.
Crozza. È il comico del momento. Prende per i fondelli i politici facendoci ridere. Assicurà però la par condicio. Fabiolino è furbo lo ha invitato. Sarà sicuramente un mattatore. Voto 7, a me piace, non so a voi.
Palinsesti altre tv. Resa incondizionata, nessuno vuole sprecare cartucce in momenti di ascolti sicuramente bassi. Così lo share di Fabiolino arriverà al massimo. Voto 5 alle tv. Per fortuna che c’è la Champions League…
Carla Bruni. Non potevamo lasciarla nell’oblio? Una che parla male dell’Italia, si schiera con il Battisti assassino, se la tira come se fosse ancora la premiere dame de France, dovevano lasciarla a Parigi a suonar lì la sua chitarrina (mi riferisco all’imitazione che ne faceva Fiorello). Voto 2, speriamo non parli e sia un po’ discinta.
Anna Oxa. Ha massacrato Fabiolino e i cantanti del festival. Un 1° maggio freddo e nevoso. Non ha tutti torti. Voto 7 per la schiettezza e voto 4 per il lifting (è ora di cambiarlo, forse per questo Fabiolino la considera troppo vecchia).
lunedì 4 febbraio 2013
TRANSPORTER/ Una serie a tutto gas che “da un passaggio” a Tarantino e 007
TRANSPORTER/ Una serie a tutto gas che “da un passaggio” a Tarantino e 007
Italia 1 ha mandato
in onda lunedì scorso le prime due puntate di Transporter - La serie con dei discreti ascolti, una media del
8,50% di share con 2.500.000 telespettatori. Considerando l'invasione di canali
e serie crime, al Biscione saranno sicuramente contenti.
Prima di parlare della serie scrivo due righe sul perno di tutto questo: Luc Besson
Dopo aver visto nel 1986 Subway con l'ossigenato Lambert pensai che il regista del film prometteva bene.
Ci ho azzeccato.
Luc Besson è un regista poliedrico ed estroso, passa dai film impegnati a quelli d'azione, dalle favole alla fantascienza. Ricalca le orme del maestro per eccellenza, Steven Spielberg, diciamo che è il suo fratellino minore. Triplice vita professionale del nostro: regista, sceneggiatore, produttore. E ultimamente anche scrittore.
Si è innamorato delle sue muse (vedi Milla Jovovich) e poi le ha pure sposate, arrivando per ora a quota tre matrimoni. Besson con gli anni si è fatto furbo, dopo che di Nikita era stato velocemente girato un remake americano, con Léon e andato subito negli States e Jan Reno è diventato un'icona. La Francia è sempre stata il suo punto di partenza ma ormai cooproduce molto con gli Usa. I suoi film sia da regista che da sceneggiatore e producer sono ormai da annoverare tra i cult.
Prima di parlare della serie scrivo due righe sul perno di tutto questo: Luc Besson
Dopo aver visto nel 1986 Subway con l'ossigenato Lambert pensai che il regista del film prometteva bene.
Ci ho azzeccato.
Luc Besson è un regista poliedrico ed estroso, passa dai film impegnati a quelli d'azione, dalle favole alla fantascienza. Ricalca le orme del maestro per eccellenza, Steven Spielberg, diciamo che è il suo fratellino minore. Triplice vita professionale del nostro: regista, sceneggiatore, produttore. E ultimamente anche scrittore.
Si è innamorato delle sue muse (vedi Milla Jovovich) e poi le ha pure sposate, arrivando per ora a quota tre matrimoni. Besson con gli anni si è fatto furbo, dopo che di Nikita era stato velocemente girato un remake americano, con Léon e andato subito negli States e Jan Reno è diventato un'icona. La Francia è sempre stata il suo punto di partenza ma ormai cooproduce molto con gli Usa. I suoi film sia da regista che da sceneggiatore e producer sono ormai da annoverare tra i cult.
Mentre girava l'ultima sua fatica sulla vita
di San Suu Kyi, The Lady, ha prodotto
la serie tv Transporter, basata sulle
tre pellicole cinematografiche interpretate da Jason Statham.
Il protagonista,
Frank Martin è impersonato da Chris Vance, attore di varie serie poliziesche. Se
lo guardate bene assomiglia nei tratti a Harvey Keitel, il Mr. White del Le Iene.
Non è forse un caso, le citazione a Tarantino non sono occasionali sin dai prime
tre pellicole: il transporter è
vestito uguale, a parte il modello degli occhiali; è ironico ma anche lui,
quando vuole ha il cinismo del killer. Arti marziali a go-go in stile Kill Bill ed il pulp si fa sentire.
Il fisico di Frank
copia l’ultimo Bond -007, pettorali da
ginnasta e addominali tartaruga da paura, messi in evidenza come Daniel Graig dalla costante camicia sbottonata.
A proposito di
camicia: bianca, linda, aderente, che
resta intatta senza una macchia di sudore e strappi nonostante le battaglie di
kung-fu del protagonista. Possibile? Certo… solo nei film. Il richiamo è ai
modelli da sfilata di Dolce & Gabbana.
Un tipo sexy il nostro transporter,
che viene esaltato dalle conquiste femminili (belle e semprie diverse) e dalle
inquadrature erotiche, ma superflue del tv movie
Nella storia del cinema di driver ce ne sono stati a iosa, ma
bisogna dire una cosa importante a favore di Besson: è un grande appassionato
di auto e motori.
Prima di Tansporter ha
sceneggiato e prodotto Taxxi 1, 2, 3, 4, più una versione
americana, New York taxi. Come non
citare Adrenalina blu – La leggenda di
Michel Vaillant, eroe delle corse nei fumetti francesi?
Forse
pochi sanno, che quando nel 2003
Michel Schumacher con tanto di monoposto sfilò per le vie di Parigi con al
seguito alcuni modelli della casa di Maranello,
Luc Besson a cavalcioni della portiera di una Ferrari guidata dall’ex pilota Renè
Arnoux filmava l’evento
con in mano una delle prime palmari digitali. Non secondario il fatto
che alcuni suoi film tratti dai suoi romanzi (Arthur ...) li abbia presentati in anteprima nella fabbrica di Maranello.
Tornando a Transporter – La serie,
l’auto aggressiva color nero Audi S8 è
una coprotagonista: surclassa i suv Mercedes, le Peugeot e le Renault dei
cattivi.
Anche qui, con i ricordi, si va al
film Ronin (guarda caso anche lì cera
un’Audi 8) e alle scorribande veloci con tanto di camera car tra le strette viuzze
di Nizza.
Per la casa
automobilistica un product placement da
leccarsi i baffi. Le vedute della Costa Azzurra vista
dall’alto ricordano i passaggi di transito di CSI Miami, anche se la color correction delle immagini è meno satura.
vai a:
lunedì 31 dicembre 2012
Te Deum
| Latino
Te Deum laudamus:
te Dominum confitemur. Te aeternum patrem, omnis terra veneratur.
Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates: tibi cherubim et seraphim, incessabili voce proclamant:
"Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt caeli et terra majestatis gloriae tuae." Te gloriosus Apostolorum chorus, te prophetarum laudabilis numerus, te martyrum candidatus laudat exercitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia, Patrem immensae maiestatis; venerandum tuum verum et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu rex gloriae, Christe.
Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae. Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum.
Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum, et in saeculum saeculi.
Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire. Miserere nostri, Domine, miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te. In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum. | Noi ti lodiamo, Dio,
|
sabato 29 dicembre 2012
San Tommasso Becket
Oggi è la ricorrenza di San Tommaso Becket
T.S. Eliot
Assassinio nella cattedrale
Bur
In varie parti del mondo, la Chiesa è sottoposta ad una vera e propria persecuzione. In Nigeria, Kenia e Siria ne abbiamo un esempio eclatante. Questi morti cristiani sono dei martiri.
Quando leggo sui media la definizione martiri qaedisti, mi si accappona la pelle: sono solo terroristi.
Ma chi è il martire?
È un eroe? No
È un uomo che non vuole certo farsi ammazzare, ma che pur di non rinnegare la sua fede in Dio e nella Chiesa, sa che potrebbe subire il martirio.
Tommaso Becket evidenzia che la presenza di Cristo è un corpo, non un’idea. E come scrive nella prefazione Luca Doninelli:
“Il destino attende nelle mani di Dio”: questo definisce il presente , il “qui” e ogni “ora”. Ma il destino attende nelle mani di Dio perché Dio è già entrato nel mondo: egli è già venuto, è già qui: perciò possiamo affidarci a Lui, anche nella notte che avanza.
mercoledì 26 dicembre 2012
Santo Stefano, I Martiri di Otranto
Saranno santi
Benedetto XVI ha firmato il decreto che riconosce il miracolo, attribuito all'intercessione dei beati Antonio Primaldo e Compagni, martiri, uccisi il 13 agosto 1480 a Otranto. Questo atto apre la via alla loro canonizzazione. «La nostra diocesi - scrive l'arcivescovo Donato Negro in un messaggio alla Chiesa idruntina - mentre vive con gioia una delle ore più belle della sua storia, esprime profonda gratitudine al Santo Padre Benedetto XVI per il riconoscimento di questo evento straordinario ed eleva la sua preghiera alla Trinità Santa perchè sia confortata e incoraggiata nel suo impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo».
«In un'epoca di crisi profonda, l'imminente canonizzazione dei nostri martiri è un forte invito a vivere fino in fondo il martirio quotidiano, fatto di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa».
Il miracolo riconosciuto è relativo alla guarigione da un cancro di Suor Francesca Levote, monaca professa delle Sorelle Povere di Santa Chiara. «La grazia del miracolo - ricorda l'arcivescovo - fu chiesta al Signore per intercessione dei Beati Martiri con fede umile proprio dalla sua comunità religiosa, nel maggio 1980, mentre si svolgeva in diocesi una peregrinatio con l'urna dei Martiri, nel quinto centenario dell'evento del martirio, a pochi mesi dalla Visita apostolica ad Otranto di Giovanni Paolo II, avvenuta il 5 ottobre 1980».
I Beati Martiri, Antonio Primaldo e compagni, vissero a Otranto nel XV secolo, quando la città venne assediata dai turchi ottomani. Caduta sotto il loro dominio, il comandante dei Turchi, Gedik Achmed Pascià, ordinò che tutti gli uomini superstiti, circa 800 dai 15 anni in su, fossero costretti a rinnegare la fede cristiana. Antonio Primaldo, umile calzolaio o cimatore di panni, a nome di tutti i cristiani prigionieri dichiarò che «essi tenevano Gesù Cristo per il figlio di Dio e che piuttosto volevano mille volte morire che rinnegarlo e farsi turchi». Di fronte a questa risposta Achmed Pascià condannò a morte tutti gli 800 prigionieri. Antonio Primaldo e compagni furono subito riconosciuti martiri dalla popolazione e la Chiesa idruntina ogni anno, il 14 agosto, celebra la loro memoria.
Il 14 dicembre 1771 fu emanato il decreto di conferma del culto “ab immemorabili” tributato ai Martiri. Nel 1988 fu nominata dall'arcivescovo di Otranto la commissione storica e negli anni 1991-1993 fu celebrata l'inchiesta diocesana, riconosciuta valida dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 27 maggio 1994. Il 6 luglio 2007 Benedetto XVI ha approvato il decreto con cui si riconosceva che i Beati Antonio Primaldo e compagni erano stati uccisi per la loro fedeltà a Cristo.
Avvenire - 20 dicembre 2012
«In un'epoca di crisi profonda, l'imminente canonizzazione dei nostri martiri è un forte invito a vivere fino in fondo il martirio quotidiano, fatto di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa».
Il miracolo riconosciuto è relativo alla guarigione da un cancro di Suor Francesca Levote, monaca professa delle Sorelle Povere di Santa Chiara. «La grazia del miracolo - ricorda l'arcivescovo - fu chiesta al Signore per intercessione dei Beati Martiri con fede umile proprio dalla sua comunità religiosa, nel maggio 1980, mentre si svolgeva in diocesi una peregrinatio con l'urna dei Martiri, nel quinto centenario dell'evento del martirio, a pochi mesi dalla Visita apostolica ad Otranto di Giovanni Paolo II, avvenuta il 5 ottobre 1980».
I Beati Martiri, Antonio Primaldo e compagni, vissero a Otranto nel XV secolo, quando la città venne assediata dai turchi ottomani. Caduta sotto il loro dominio, il comandante dei Turchi, Gedik Achmed Pascià, ordinò che tutti gli uomini superstiti, circa 800 dai 15 anni in su, fossero costretti a rinnegare la fede cristiana. Antonio Primaldo, umile calzolaio o cimatore di panni, a nome di tutti i cristiani prigionieri dichiarò che «essi tenevano Gesù Cristo per il figlio di Dio e che piuttosto volevano mille volte morire che rinnegarlo e farsi turchi». Di fronte a questa risposta Achmed Pascià condannò a morte tutti gli 800 prigionieri. Antonio Primaldo e compagni furono subito riconosciuti martiri dalla popolazione e la Chiesa idruntina ogni anno, il 14 agosto, celebra la loro memoria.
Il 14 dicembre 1771 fu emanato il decreto di conferma del culto “ab immemorabili” tributato ai Martiri. Nel 1988 fu nominata dall'arcivescovo di Otranto la commissione storica e negli anni 1991-1993 fu celebrata l'inchiesta diocesana, riconosciuta valida dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 27 maggio 1994. Il 6 luglio 2007 Benedetto XVI ha approvato il decreto con cui si riconosceva che i Beati Antonio Primaldo e compagni erano stati uccisi per la loro fedeltà a Cristo.
Avvenire - 20 dicembre 2012
Di seguito vi propongo un libro che ripercorre il martirio di Otranto. Questo libro ci riporta all'attualità quotidiana: in Nigeria nel giorno del S. Natale sono stati trucidati 6 cristiani all'uscita dalla S. Messa, Asia Bibi e in carcere da quasi 1.300 giorni per la sua fede in Cristo, oggi è la festa di S.Stefano.
Maria Corti
L’ora di tutti
Bompiani
Venerdì 28 luglio 1480 le galee turche di Akmed Pascià approdarono a Otranto. Gli spagnoli, difensori della città scapparono. Gli otrantini rimasero soli a combattere contro i musulmani.
Qui si intrecciano le figure del pescatore Colangelo, della bella Idrusa, del capitano Zurlo e di Nachiria. Uomini semplici, forse peccatori, ma timorati di Dio fino al midollo che difesero strenuamente la città che cadrà in mano ai turchi. Ottocento abitanti della città verranno poi decapitati perché non ripudiarono la fede cristiana. Eroi, martiri? Sicuramente uomini che fino in fondo aderirono alla Croce. Già comunque resuscitati.
giovedì 20 dicembre 2012
BUON NATALE
Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo! Egli è così vicino che è uno di noi. Conosce l’essere umano, lo conosce dal di dentro, lo ha provato con le sue gioie e le sue sofferenze. Come uomo, mi è vicino, vicino «a portata di voce».
Benedetto XVI
Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso. Gesù vedeva dentro l’uomo, nessuno poteva nascondersi davanti a lui, di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti.
Luigi Giussani
giovedì 13 dicembre 2012
GULAG
Tra i fuggitivi dal gulag nel film The Way Back c’è anche un ingegnere americano, Mr Smith, roso dal tarlo di essere andato in Unione Sovietica con il figlio, ucciso poi dalla polizia segreta russa.
Che ci fossero americani che emigrarono nella madrepatria comunista per questioni ideologiche questo lo sapevo. Un po’ da tutta l’Europa avevano ceduto al miraggio sovietico. Molti, dall’Italia, erano emigrati per scappare dal fascismo, e qualche centinaio era sfuggito ai mandati di cattura per omicidio accaduti nel dopoguerra, come quelli nel triangolo della morte emiliano.
Ho scoperto un libro, I Dimenticati di Tim Tzouliadis (Longanesi) che narra la storia degli americani emigrati in Russia. Non però di chi era andato per scelta politica, ma di migliaia di persone con figli e mogli che erano approdati sul suolo russo per lavorare.
Nel 1929 dopo il crollo della borsa negli Usa scoppiò la grande depressione: la crisi economica colpì la nazione e moltissime persone restarono senza lavoro. Henry Ford stava per smantellare la fabbrica di Detroit, quando Stalin si offrì di comprarla e di trasferirla in patria. Il magnate pare ci guadagnò 40 milioni di dollari in oro.
Stalin aveva bisogno di manodopera qualificata per industrializzare la Russia. Fu così che in piena crisi economica, i cittadini americani sollecitati dalle offerte di lavoro russe emigrarono. Sicuramente furono migliaia e migliaia, ma un conto vero e proprio non è stato mai stilato. Meccanici, idraulici, ingegneri, tecnici, boscaioli, semplici operai, camionisti, minatori, etc., varcarono l’oceano in cerca della terra promessa. Portarono con loro anche il baseball. A Mosca nacquero quattro squadre che giocavano nel parco Gor’kij. Fu anche aperto un giornale di lingua inglese con 40 redattori. Gli americani non si stabilirono solo a Mosca, ma a pioggia nel resto della nazione dove serviva manodopera.
Facciamo un passo indietro. Dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 fino alla sua morte, Lenin spadroneggiò in Urss. Chi ritiene che lui sia stato meno sanguinario di Stalin si sbaglia: i campi di rieducazione (così venivano chiamati) già esistevano con Lenin.
Nel 1924 Stalin divenne padre padrone della nazione. Nel 1934 diede il via al periodo detto del GrandeTerrore. Epurò tutti quelli considerati da lui nemici del popolo, comunisti anche’essi, ma che criticavano i piani del leader. Ben presto allargò il terrore facendo arrestare chiunque: dalle epurazioni si passò alle deportazioni di massa pianificate.
Le purghe staliniane portarono nei lager gli urka (criminali comuni), giornalisti, politici, intellettuali, studenti, donne, uomini, ragazzi. Tutta la società sovietica fu attraversata dal terrore delle uccisioni e deportazioni, fu un vero e proprio olocausto.
Alexander Solzenicyn in Arcipelago Gulag (Mondadori) descrive la vita nei campi di sterminio ed arriva a dire che i deportati sono stati 40 milioni. Questo è stato il primo libro che ho letto sulle persecuzioni in terra sovietica.
Poi lessi I Racconti di Kolyma di Varlam Salamov ma vista la crudezza con cui è stata descritta la realtà del gulag non riuscii a finirlo. Inorridii al pensiero di quello che le popolazione russa soffrì.
Il primo gulag nacque nel 1923 sulle isole Solovky come campo di rieducazione con 300 detenuti, ma divenne poi un vero e proprio campo di sterminio, nel 1926 i prigionieri erano 6000. I nazisti della prima ora approdarono nelle isole Solovky per copiarne il modello per poi creare i campi di concentramento.
Ho visitato le isole Solovky due anni orsono e sono rimasto colpito e inorridito da ciò che lì accadde. I monaci che lì vivevano vennero perlopiù eliminati e i prigionieri successivi vennero sparsi per le isole. Ne sopravvissero pochi ed anche qui si parla di oltre un milione di morti. Un libro molto documentato di Jurii Brodskij, Solovky le isole del martirio (La Casa di Matriona) ne è la testimonianza storica.
Se le Solovky furono l’apripista, ben presto sotto Stalin i gulag divennero migliaia.
Quando i campi non potevano accogliere i detenuti, essi venivano uccisi sistematicamente. Non molti anni orsono a Petrozavodsk, sono state trovate nella foresta centinaia di fosse comuni con migliaia di morti. Quando ho visitato questo luogo ho notato che la vastità della foresta in cui sono stati trovati i resti umani faceva da contraltare ad un silenzio assoluto: non vi erano animali di nessun tipo, gli uccelli non si posavano sugli alberi. Solo le zanzare erano a milioni. Un silenzio spettrale e irreale circondava il luogo. La natura non si è mai assuefatta all’odore della morte.
Alle porte di Mosca ho visitato un altro luogo di sterminio, Butovo, poligono militare ove furono fucilate migliaia di persone. La guida che ci accompagnava, una sessantenne che parlava in italiano, non ne conosceva l’esistenza.
Ma torniamo a Stalin, dal 1934 al ’39, il Grande Terrore avvolse la nazione russa ed ingrossò i campi di sterminio.
Le persone che finivano nei gulag, andavano ad infoltire le file dei lavoratori a costo zero per risollevare l’economia sovietica e costruire le infrastrutture dello stato. L’inutile canale per unire il mar Baltico al mar Bianco fu costruito dai prigionieri, la stessa metropolitana di Mosca è stata scavata dai detenuti e le miniere d’oro della Kolyma furono trivellate se non a mani nude, con mezzi di fortuna da milioni di uomini e donne.
Nel 1939 con il patto Molotov- Ribbentrop, l’Urss occupò la Polonia dell’est e poco dopo nel 1940 la Lituania, L’Estonia e la Lettonia.
La Finlandia si difese e cedette solo la regione della Carelia. A questo proposito ho rispolverato un vecchio libro di Indro Montanelli, Cronache si Guerra (De Agostini) in cui vi sono le sue corrispondenze di guerra per il Corriere della Sera. Queste invasioni andarono ad aumentare enormemente il numero delle vittime ad opera dei russi. Nel 1941 la Germania attaccò la Russia rompendo il patto di non aggressione. Sappiamo come andò a finire e i patti di Yalta definirono la supremazia dell’Urss sui paesi dell’est Europa. Al termine della guerra tutti i prigionieri dei sovietici di ciascuna nazione occupata andarono a finire nei gulag della Kolyma dove l’estrazione dell’oro sarebbe servita all’industrializzazione della nazione.
Da notare che nel periodo bellico gli Stati Uniti armarono Stalin con navi, armi e munizioni. Le stesse navi furono utilizzate per la deportazione dei detenuti nella inesplorata estrema regione della Kolyma.
Con la conferenza di Yalta, Stalin pretese il rientro in patria dei militari russi prigionieri in Europa. Moltissimi di essi si rifiutarono, in Inghilterra ad esempio, ma furono passati per le armi dagli inglesi. Questo avvenne anche per i russi nei campi di lavoro statunitensi. Molti russi, sapendo a cosa andavano incontro si suicidarono.
Churchill e Roosevelt sapevano che fine avrebbero fatto i militari sovietici. Stalin considerandoli degli inetti li mandò direttamente nei gulag.
Gli stessi ebrei polacchi che si erano salvati dai nazisti finirono direttamente nei campi di Stalin. Insieme ad essi tedeschi, ungheresi, lituani, lettoni, moldavi, zingari, estoni, giapponesi ed italiani.
I nostri alpini trovarono nei campi di sterminio altri connazionali scappati dall’Italia e dal fascismo. Erano tutti comunisti. Come documenta Eugenio Corti ne Il Cavallo Rosso (edizioni Ares), Togliatti era al corrente di tutto ciò ma non mosse mai un dito per la loro liberazione.
Roosevelt a Yalta sapeva che molti americani andati a lavorare negli anni trenta in Urss erano stati internati, ma neppure lui si mosse in loro favore. Le notizie erano certe, molti cittadini americani si recavano all’ambasciata Usa a Mosca per denunciare le scomparse di familiari o amici. Ciò non ebbe nessun effetto sulla politica americana in Russia che affermava che molti erano cittadini russi. Gli era stato ritirato il passaporto ed erano diventati sovietici inconsapevolmente e forzatamente.
Gli stessi ambasciatori succedutisi a Mosca fecero spallucce, anzi uno di loro J. Davies (nella capitale dal 1936 al ’38) scrisse un libro in odore di adorazione verso Stalin rimpinguando le tasche del dittatore acquistando tesori artistici russi.
Come citavo in apertura, il libro I Dimenticati di Tim Tzouliadis (Longanesi) racconta la storia degli americani in Urss dal 1930 al dopoguerra, attraversando lo spaccato della storia sovietica.
Gli americani venivano arrestati con le stesse motivazioni con cui erano imprigionati i russi. Si accorsero che l’unica cosa da fare era cercare di tornare in patria. Ma ormai facevano parte delle liste dei gulag.
Molti usciti, dall’ambasciata dove chiedevano il passaporto venivano arrestati dalla polizia segreta, accusati di essere spie, torturati e se restavano in vita andavano al gulag.
Thomas Sgovio e Victor Herman furono tra i pochi americani che si salvarono, come Salamov, dalla Kolyma.
Sgovio si ritenne fortunato e miracolato. Molti morivano dopo tre mesi, solo il 30% superava il primo inverno per morire il secondo. Il lavoro nelle miniere uccideva velocemente, ma il turnover era assicurato dai continui nuovi arrivi. Riuscì a salvarsi perché le sue capacità artistiche di disegnatore e grafico lo esentarono dai lavori più duri. Non era credente, ma come lui afferma si trovò un giorno inginocchiato a pregare Dio. Herman si salvò perché la sua struttura fisica lo salvò.
Tutti e due erano tra i giovani che giocavano a baseball nel parco Gor’kij.
Tornato negli Stati Uniti, Sgovio scrisse le sue memorie per ricordare tutti i morti della Kolyma. Andò a vivere nella calura e al sole di Phoenix, il freddo e il gelo russo erano un bruttissimo ricordo. Morì ad 81 anni nel 1997. Herman tornò a Detroit nel 1976, segnato nel fisico e nella psiche, si svegliava di soprassalto di mattina presto pensando di dover cercare da mangiare per sfamarsi. Il ricordo del lager non lo abbandonò. Morì nel 1985 a sessantanove anni di infarto.
Peter Weir, regista di The Way Back, ha volute come consulente Anne Applebaum, la massima studiosa dei Gulag. Suo, l’interessante e dettagliato libro Gulag storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori). Weir è stato accusato di aver fatto un film a partire da un falso storico che poi racconterò e di aver abbindolato tutti con le riprese documentaristiche dei luoghi della fuga. Il film è giunto nelle sale italiane solo a luglio, da un anno non trovava distribuzione nel nostro paese. Snobbato e criticato per falso e perché senza una storia da alcune e riviste radical-chic (vedi Escobar su L’Espresso), ha avuto invece un buon consenso per chi vuole la verità. La storia nel film invece esiste: uomini traditi dalla propria donna, dal regime, e desiderosi di perdonare e di perdonarsi sono diventati amici nel cammino della fuga sorreggendosi ed aiutandosi a vicenda. Un grande Ed Harris interprete dell’americano Mr Smith ed un buon Colin Farrell nelle vesti quasi naturali del cattivo urka. I paesaggi meritavano la fotografia da cartolina di Weir, che però teneva sempre come contraltare i primi piani dei fuggiaschi. I detrattori della fotografia di Weir dovrebbero andare a rivedersi Gallipoli – Gli anni spezzati con un giovane Mel Gibson, anche lì i paesaggi australiani erano rappresentati come cartoline.
Ma passiamo al libro da cui è tratto il film, Tra Noi e la Libertà (Corbaccio) di Slavomir Rawicz. Arrestato dopo l’invasione della Polonia e internato in un campo della Siberia, sostiene di essere scappato con altri sei prigionieri, uno dei quali americano, e con una ragazza polacca, anch’essa trovata sulla via della fuga. Arrivarono in India dopo aver costeggiato il lago Bajkal, attraversato la frontiera Mongola, il deserto dei Gobi, l’Himalaya ed il Tibet.
I detrattori affermano che la storia di Rawicz è falsa, frutto dei racconti del gulag in cui si sognava la libertà. . Ciò non toglie nulla al film di Weir, la libera ispirazione penso sia una cosa positiva, ognuno interpreta secondo la propria sensibilità, ma Weir è stato coerente e veritiero con la storia russa.
Di fatto, gli americani in Russia venivano incarcerati, gli urka esistevano, i polacchi erano perseguitati più degli ebrei, alcuni disegnavano e la vita nel campo, moltissimi morivano e …. i gulag erano campi di concentramento.
Weir ha girato un film storico in cui si leggono le sofferenze del popolo russo, delle altre nazioni sottomesse, la fame, la morte, l’abbruttimento umano.
Quello che ai mass media dà fastidio non è tanto il ricordare tutto ciò, ormai la storia ha scoperto la verità anche se Putin e i vecchi /nuovi comunisti non scrivono nei libri di storia ciò che è accaduto, ma il fatto che l’uomo ha comunque un cuore che urla la sua infelicità, il suo desiderio di verità e di giustizia.
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