domenica 20 settembre 2015

Yellow Book: ERA di MAGGIO di Antonio Manzini

ERA DI MAGGIO
ANTONIO MANZINI
SELLERIO
2015




Il terzo libro della saga si era concluso con un colpo di scena, era stata ammazzata in casa del vicequestore Rocco Schiavone  una sua amica romana.
E' depresso più che mai, arrabbiato, cafone, sopra le righe, ma ha sempre delle intuizioni geniali.
questo quarto recente romanzo di fatto è la continuazione del terzo, con  'ndrangheta, collusioni, appalti e persone già inserite nel libro precedente.

Visto il successo in libreria, l'anno prossimo partiranno le riprese per la fiction con protagonista il vicequestore. 
sono proprio curioso di come tratteranno il fatto che ogni mattina Rocco Schiavone si fuma uno spinello.

venerdì 18 settembre 2015

Amy



Amy – The Girl Behind the Name”, il documentario sulla vita della cantante soul e jazz Amy Winehouse, è uscito nelle sale italiane per soli tre giorni - il 15, il 16 e il 17 di settembre - distribuito da Nexo e Good Film. Il regista, per intenderci, è Asif Kapadia, già dietro la macchina da presa per l'apprezzatissimo docu-film su Ayrton Senna, che, con perizia e pazienza, dopo aver bussato a centinaia di porte, è riuscito nell'impresa titanica di raccogliere oltre sette ore di filmati inediti e personali che ritraggano con pennellate crude ma efficaci la vita della cantante dietro le quinte e li ha arrangiati con sapienza, realizzando un filmato di oltre due ore. Alla realizzazione del documentario hanno partecipato attivamente ex promoter, manager, agenti, produttori di Amy, persino le guardie del corpo, ma soprattutto gli amici di una vita.
Il film si apre infatti mostrandoci una Winehouse quattordicenne alla festa di compleanno dell'amica d'infanzia Lauren che, insieme a Juliette e Nick (che fu anche il suo primo agente) saranno gli unici veri pilastri stabili su cui la ragazza poté contare fino alla tragica morte, avvenuta il 23 luglio di quattro anni fa.
Fin dai primi minuti, lo spettatore intuisce la direzione che prenderà il progetto e lo scopo del regista, cioè farci vedere e quasi toccare con mano l'essenza più autentica della Winehouse,     cancellando con un colpo di spugna netto e rigoroso l'immagine che un po' tutti, superficialmente, abbiano finora avuto di lei, quella cioè di una povera ragazzaccia “maledetta” dal look tutto beehive , tatuaggi e trucco “alla Cleopatra” che, drogata e ubriacona come gli altri suoi “soci” del Club 27, è morta in modo tragico privando il mondo della sua voce meravigliosa. Un cliché abusato e usato a sproposito, quello del Club 27, che con Amy non ha nulla a che fare ma che a tabloid e giornali è sempre venuto comodo per etichettare una personalità complessa e sfaccettata come la sua ed evitare di guardare in faccia il vero dramma che una vicenda del genere nasconde dietro a sé, behind , appunto. È tanto semplice allontanare dai noi stessi la Winehouse-persona, rendercela estranea se usiamo unicamente il criterio delle droghe e delle dipendenze in generale: ma Amy – ci mostra a chiare lettere Kapadia – non può essere chiusa nella scatola nera dei rocker maledetti e pieni di soldi che se la sono cercata per colpa di vari abusi. Dai girati privati, ci appare come una ragazzina dolce e fragile, quasi una di noi, e ci muove a una tenerezza infinita. Nulla in lei è artefatto o costruito: la sua genuinità e ingenua umanità sono quasi disarmanti. “I like your sense of common”, le fa notare durante una delle prime interviste tv uno showman. Non c'è nulla in lei della star e non c'è un'occasione in cui la si senta parlare di soldi, di contratti, di necessità di fare concerti unicamente per gli introiti e per ottenere visibilità.
Non vorrei mai diventare famosa, non saprei come gestire il successo”, disse quando nel 2003 uscì Frank, il suo primo album, lasciando intendere che l'unica cosa che le interessava davvero fosse la musica, con la quale aveva un rapporto vero, sublime, viscerale. Poter cantare, suonare e scrivere canzoni erano le uniche cose che le stavano a cuore: “Io so che ho un dolore dentro, ma quando ho la chitarra in mano e mi metto a suonare tutto sparisce e per un'ora io sono contenta. Mi spiace per chi non possa avere un rifugio del genere”, confessa a un punto, ribaltando quasi i ruoli tra lei e lo spettatore, che istintivamente sente una fitta di invidia per una donna che, pur con tutti i suoi limiti, il suo desiderio di autodistruzione e i suoi problemi, non solo ti sbatte in faccia il suo perfetto Eden, ma dichiara in tutto candore di essere realmente dispiaciuta per chi non riesce a provare in Terra un assaggio di Paradiso come lei, per chi non ha un feeling così sublime com'è il suo per la musica.

Un amore puro, quello per la musica, per lo scrivere di persona, piegata sul suo taccuino, pezzi che vengono dal profondo del suo vissuto e della sua esperienza, che ha purtroppo come contraltare quello umano: il suo rapporto a senso unico con il padre, Mitch, che lei adorava ma che sembra sempre essere più interessato ai soldi che al benessere psico-fisico della figlia, e quello - malato e “cacofonico” - con il marito Blake Fielder-Civil, che la introduce a droghe più pesanti come crack ed eroina. “Amy era una ragazza che voleva solo essere amata”, afferma Nick, il suo primo agente, all'inizio del documentario, e ogni fotogramma del lavoro di  Kapadia lo sembra urlare. Amy non è solo e semplicemente una malata, una tossicomane bulimica e sregolata. Amy, cresciuta con un padre assente e sposata con un uomo che, dopo averla lasciata, torna da lei appena diventa famosa, ha una sete di amore che la divora, la uccide, come lei stessa spiega senza mezzi termini nella hit Love is a Losing Game, estratta dal suo secondo album Back to Black..
In un certo senso, Amy è stata semplicemente sfortunata, circondata e circondatasi di uomini che non hanno fatto altro che usarla e logorarla, mentre, per il ruolo “istituzionale” che rivestivano, avrebbero dovuto proteggerla dal mondo e da se stessa. Un vuoto d'amore necessario, il suo, che nemmeno il cibo, le droghe, l'alcol e la tanto amata musica hanno potuto colmare. Amy è un po' figlia di tutti noi che, aridi e incapaci di amore vero, da soli non siamo in grado nemmeno di prenderci cura di chi dovremmo e la sua è una storia che ci può insegnare ad essere più rispettosi e attenti di chi professiamo di amare solo a parole ma poi calpestiamo con gli stivali del nostro meschino egoismo.

giovedì 17 settembre 2015

Yellow book - Non è Stagione di Antonio Manzini

NON È STAGIONE
Antonio Manzini
Sellerio - 2015








Il vicequestore si arrabbia se lo chiamano commissario, chissà perché? Se penso a Maigret...
Gli piace fumare le Camel, anch'io  quando fumavo. Si ostina a calzare le Clarks nonostante la neve, in tre libri ne ha buttate dodici paia. Anch'io le uso da 40 anni, ma non compro quelle originali. Pirla sì, ma non così.
In questa nuova avventura il vicequestore Rocco Schiavone indaga su un incidente con due morti, su un rapimento, sulla 'ndrangheta calabrese e su un omicidio.
Ad un certo punto afferma:
- Lo sa perche' succedono certe cose? Perché uno non guarda con attenzione.

Certo, l'osservazione della realtà è il metodo da cui partono due grandi investigatori, Padre Brown e del ten. Colombo.

Questo terzo romanzo acchiappa, ed ha un finale a sorpresa che non vi svelo.

martedì 15 settembre 2015

Yellow book: La Costola di Adamo di Antonio Manzini

La Costola di Adamo
Antonio Manzini
Sellerio Editore
2014




Secondo romanzo con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone. Poliziotto eccessivo, un po' maledetto e autodistruttivo. Qui si incrociano gli amici banditi di Trastervere con cui da una lezione al giovanotto stupratore ed al padre parlamentare. Lo aveva massacrato di botte e per questo motivo era stato confinato ad Aosta. Lo stupratore continua i suoi atti delittuosi e Rocco scende a Roma a punirlo.
Definitivamente? Leggete il libro.
Una donna viene trovata impiccata. Suicidio? Omicidio? Leggete il libro.  Anche qui Schiavone diventa giudice morale.
Nel frattempo piange sua moglie scomparsa e distrugge il suo rapporto amoroso con una bella aostana.


domenica 13 settembre 2015

Yellow book: Pista Nera di Antonio Manzini

Pista Nera
Antonio Manzini
Sellerio Editore
2013



In tutti i gialli che ho letto, italiani e stranieri, i commissari e gli ispettori sono tutti personaggi particolari, con storie affettive negative, con scheletri negli armadi e con arie autodistruttive. Uno solo si salva, Maigret di Simenon, che non giudica, ma che spesso ha pena per gli assassini.
Il giallista, sceneggiatore, attore, Antonio Manzini, con il suo vicequestore Rocco Schiavone non fa eccezione.
È stato trasferito ad Aosta da Roma, posto freddo con tempo di merda (così continuamente afferma), ha un c.v. non proprio immacolato, è iroso e violento.
È ad Aosta perché ha massacrato di botte rendendolo zoppo un giovanotto, stupratore seriale, figlio di un potente parlamentare. Sua moglie è morta, ma non ci è dato ancora di capire come. Parla con lei come se fosse viva.
Fuma spinelli al mattino per rilassarsi.
Quando può ruba agli stessi ladri.
Non uno stinco di santo.
In questo primo romanzo il vicequestore indaga su un morto trovato vicino ad una pista da sci tracimato da un gatto delle nevi in mille pezzetti. Era già morto prima di essere sminuzzato? Chi è l'autore?
L'attenzione ai particolari faranno si che Rocco colga nel segno.
Diverrà addirittura giudice morale con una piazzata al funerale del povero morto.

Un po' crudo come scrittura, è nello stile del personaggio. Ma si fa leggere.

venerdì 11 settembre 2015

FABRIZIO CORONA/ Il dolore e la "metamorfosi" che ci fa scoprire più uomini


http://www.ilsussidiario.net


C'è una sorta di elettricità quasi plastica e pruriginosa che si respira la sera dell'8 settembre 2015, esattamente davanti al cinema Odeon di Milano. Una massa fremente e vociante di popolo si accalca in malo modo all'ingresso della storica sala cinematografica meneghina: fotografi, giornalisti e cameraman con le ottiche schierate come mitra attendono al varco l'arrivo di Fabrizio Corona, Barabba delle folle e Gesù dei benpensanti, che dal 18 giugno scorso si è visto commutare la reclusione in affidamento in prova ai servizi sociali presso la comunità Exodus di don Mazzi, a Lonate Pozzolo. All'Oden di via Santa Radegonda è infatti in programma la prima del documentario dall'eloquente titolo “Metamorfosi”, opera prodotta dall'omonima associazione e scritta e diretta da Jacopo Giacomini e Roberto Gentile e realizzata con la collaborazione dello stesso Fabrizio. 
Ecco spiegato l'interesse della stampa e dei curiosi asserragliati: sono tutti lì per quell'uomo, “fan” e pennivendoli appollaiati come avvoltoi pronti a avere in pasto almeno un brandello di colui che altro non è che un “clic” assicurato e succulento per i quotidiani online, in grado di generare entropiche discussioni di dimensioni bibliche tra i lettori per una sarcastica legge del contrappasso della gran macchina del gossip che l'indomani, a torto, porrà unicamente l'attenzione sul caos che ha travolto Corona al suo arrivo, una buona mezz'ora dopo l'inizio della proiezione del docu-film e dopo che tutti gli ospiti si erano già accomodati compostamente all'interno.
La maggior parte di quelli che erano in lista per assistere alla prèmiere altri non erano che amici di Fabri – come amano chiamarlo - conoscenti, ex collaboratori e dipendenti che, uniti a qualche volto più o meno noto del mondo dello spettacolo, con un ordine quai monastico e un silenzio rispettoso, hanno preso posto sulle poltrone di pesante velluto rosso, senza schiamazzi. Fino all'entrata di Fabrizio in sala, il silenzio che ha accompagnato, prima la presentazione di Giacomini – che ha illustrato a grandi linee il modo in cui l'opera è stata composta a partire dal 2011, e poi la proiezione stessa – era di un'intensità quasi vibrante. Un silenzio carico d'attesa che non faceva altro che rendere tangibile il sentimento di amicizia che gran parte dei presenti provava per il Corona-uomo, non per il “personaggio”. Persone che probabilmente, in questi quasi tre anni di assenza dell'amico, ne hanno sentito la mancanza, e che, come sublime gesto d'affetto, lo hanno aspettato in tacita e vigile attesa, mentre, con un ritmo spesso vivace, a volte più lento, sul telone bianco scorrevano le immagini di questa opera “prima” di Giacomini e Gentile.
L'input della realizzazione del documentario, come lo stesso Jacopo spiega nell'introduzione alla visione, è la scoperta che, nonostante i suoi successi imprenditoriali e personali, lui, come Caligola nell'omonima pièce teatrale di Albert Camus – oserei dire – si  accorge che “gli uomini muoiono e non sono felici”. Giunge quindi il tempo per Jacopo di una metamorfosi, intesa come un percorso di crescita interiore, come la stessa etimologia del termine-chiave suggerisce. In questa esperienza di meta-forma, Jacopo decide di coinvolgere anche l'amico Corona, reduce dai guai giudiziari dell'arcinota vicenda di Vallettopoli. Ed è a questo punto del film che si incardina come una spina quello che è probabilmente il vero tema della pellicola: il dolore. Che non è solo quello di aver trascorso mesi e mesi in carcere: il tema della giustizia, dei reati, delle “coronate” non viene nemmeno sfiorato. Non ci sono buoni o cattivi, vittime o carnefici, non c'è il Corona “autentico” e il Corona “personaggio”. Appare, nel suo sordo e pervasivo dolore il Fabrizio-uomo che, con la lucidità di uno struggimento che almeno una volta nella vita abbiamo provato tutti noi mortali, che con viso stanco e tirato, quasi con strazio, confessa: “Io non sono sereno, non lo sono mai stato” e, con una sorta di paradossale scoramento continua: “Ma se fossi sereno non sarei me stesso”. Ed eccolo qui il nocciolo duro della questione, la dicotomia che strappa in due l'anima di chi vorrebbe essere in pace con sé e con il mondo, condurre una vita normale e ordinata ma che in fondo, e da solo, non ce la fa e forse non lo vuole davvvero.
Questo mondo, così come è fatto, non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualcosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo”, si sfoga ancora il Caligola di Camus con il servo Elicone e Fabrizio, in tutte le sfaccettature della sua complessa personalità, dallo schermo sembra dirci la stessa cosa non già perché, come vorrebbero etichettare anche Caligola, è “pazzo”, ma perché è così “ragionevole” da aver capito che al mondo “le cose, così come sono, non mi sembrano soddisfacenti”. 
Il percorso di “rinascita” che Giacomini e Metamorfosi propongono a Fabrizio si snoda attraverso incontri-scontri significativi che inizialmente lui accoglie con reticenza, come quello con Iole Calvigioni e il suo Rebirthing Transpersonale, il fare da spalla al clown di strada Fabio “Matisse” Corallini, la seduta con lo psicologo Massimo Soldati e, infine, la Aum Meditation e l'urlo liberatorio di Jacopo e dei compagni di terapia che gridano forte e a più riprese – si capisce facilmente leggendo il labiale poiché la voce è coperta dalla musica intensa – la parola basta. Basta: il verbum di chi, al culmine della sofferenza non ce la fa più. Un urlo munchiano che ricalca quello straziante che già si sente nei primi minuti di girato, quando Jacopo spinge Corona a sfogarsi ma che non è più lo strazio del folle col disturbo di personalità di cluster B, ma quello di chi ha iniziato il percorso per ricomporre la dicotomia del suo Io, cominciando a lasciarsi amare per quello che è: “Noi andiamo benissimo come siamo, siamo dei miracoli che camminano”, dice la Calvigioni, mettendo sostanzialmente fine alla continua ricerca di Corona che, per sua stessa ammissione, non fa altro che “tentare di cancellare l'idea che sono sbagliato”. 
“Siamo miracoli che camminano”, nessuno è sbagliato. Non ci sono Gesù o Barabba in questa storia ma semplicemente persone, uomini, che sperimentano più spesso di quanto vorrebbero l'esperienza atroce del dolore, ma che, in fondo, capiscono, come Fabrizio in chiusura della brevissima conferenza stampa che ha seguito la proiezione di “Metamorfosi”, e come molti altri tra noi, che tutto questo strazio d'animo era funzionale a farci capire che l'unica possibilità che abbiamo per rinascere è quella dell'abbraccio di chi ci ama esattamente così come siamo. Per Fabrizio queste persone sono il figlio Carlos, la mamma Gabriella, i fratelli e tutti quelli che ieri hanno riempito con rispetto la sala e con altrettanto decoro si sono alla fine alzati per salutarlo e abbracciarlo, commossi. Per me, per noi, ci sarà qualcun altro, ma ci siamo innanzitutto noi stessi: certo non perfetti, sicuramente pieni dei lividi della vita ma forniti per natura di tutto ciò che ci serve per arrivare, non certo alla completa contentezza, ma almeno a quel gogoliano sorriso tra le lacrime, che riempie di tenerezza la nostra im-perfetta natura umana.  

mercoledì 9 settembre 2015

GPS

GPS

Ero in aereo ed avevo il cellulare in modalità omonima e mi è venuta un'idea. Il mio telefonino anche senza connessione dati ha in funzione il gps e perciò ho provato a vedere se funzionava.
Certo che andava, mi dava la mappa e la velocità. Andavamo a 980 km orari. Avvicinandoci all'altezza di Pavia la velocità ha cominciato a diminuire arrivando a 500 km circa. Nel momento dell'impatto al suolo eravamo sopra i 200 km/H.
Da ridere: ogni tanto appariva il divieto dei 50 km orari.