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mercoledì 21 novembre 2018
L’ISPETTORE COLIANDRO/ La serie “surreale” che fa capire che la vita non è un pozzo nero
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L’ISPETTORE COLIANDRO/ La serie “surreale” che fa capire che la vita non è un pozzo nero
Premessa. Sono un fan sfegatato di Coliandro e dei registi Manetti Bros. La mia critica televisiva sarà sicuramente di parte. Giampaolo Morelli interprete de L’ispettore Coliandro è l’attore feticcio dei fratelli Manetti. Si sono incontrati nel 2005 nel film Piano 17, nel 2006 è iniziata la saga dello scalcagnato ispettore e da lì in poi non si sono più lasciati: è stato il protagonista dei film Song’e Napule e Ammore e malavita che ha portato il David di Donatello ai due registi.
La Rai è partita alla grande in questo autunno con le fiction di Rocco Schiavone, I Bastardi di Pizzofalcone e adesso Coliandro, buonissimi gli ascolti e le storie. I libri noir e gialli sono sempre in testa alle classifiche in Italia, via obbligata a realizzare fiction, ma se Mediaset dorme, la Rai è sempre un passo avanti. Ma di fiction parleremo in un’altra occasione.
La figura dell’ispettore Coliandro l’ha inventata il grande Carlo Lucarelli scrivendo inizialmente tre libri e poi le sceneggiature realizzate appositamente per la tv. Per dirla tutta, nell’ultima puntata de I Bastardi di Pizzofalcone, buona parte non è tratta dall’ultimo libro di Carofiglio, indi per cui non penso acquisterò il suo prossimo giallo: la fiction tv ha anticipato la produzione libraria.
Direte: ci propini sempre le stesse cose, le stesse emozioni e considerazioni dal 2016, ma non è così. Innanzitutto la prima puntata di questa settima edizione di Coliandro ha fatto un botto di ascolti, 11% di share con 2.500.000 teste, molto di più degli anni passati e poi… E poi i detrattori mi dicono: scrivi sempre le stesse cavolate positive su Coliandro. È vero, l’ispettore nato nel 2006 in tv non si è evoluto, sempre le stesse frasi, i soliti soprannomi, le identiche battute tratte dai film, eppure sono passati 12 anni. Ma questo è il bello, il nostro ispettore non si deve evolvere, non deve diventare politicamente corretto, deve restare com’è nato.
A differenza di Rocco Schiavone e del Cinese di Pizzofalcone, lui è nato cazzaro, giuggiolone, sfighé, la macchietta italiana dell’ispettore Callaghan. Probabilmente, anzi sicuramente, non rappresenta la realtà a differenza di ciò che Schiavone e Lojacono vogliono rappresentare con le loro depressioni, le storie personali tristi, con mogli morte, separazioni familiari, angosce, turbolenze psicologiche e morali. Ma è questa la realtà vera?
Aldilà dei discreti libri di Carofiglio e Manzini, la fiction tv non può rappresentare la realtà della vita, a meno che si parli di Santi. Meglio un’ora e mezza di situazioni surreali e di rilassamento che ci fanno cogliere che la vita ha le sue contraddizioni ma non è un pozzo nero, perché in fondo dei conti non la gestiamo noi. Per questo secondo me Lucarelli non fa evolvere Coliandro. Però ne ha anticipato i tempi sin dal 2006 in periodi non sospetti: oggi il suo capo è il leghista Salvini, ministro dell’Interno, e direi che la sceneggiatura e i coloriti dialoghi colgono in pieno il pensiero di molti italiani e il loro voto politico. L’ispettore Coliandro è puro intrattenimento, è puro divertimento e questa è una volontà esplicita del suo inventore, Carlo Lucarelli.
Se invece volete vedere qualcosa di più corposo guardate la fiction La porta rossa, andata in onda l’anno scorso. Bellissima interpretata magnificamente, soprattutto da Lino Guanciale. Perché l’ho indicata? La sceneggiatura è di Carlo Lucarelli.
lunedì 19 novembre 2018
PICCOLO GRANDE UOMO/ Il west e il mondo che fu dei pellerossa nel film con Dustin Hoffman
PICCOLO GRANDE UOMO/ Il west e il mondo che fu dei pellerossa nel film con Dustin Hoffman
A Milano c’è la mostra che festeggia il 70° anniversario della nascita del fumetto Tex Willer, ranger e capo degli indiani Navajo con il nome di Aquila della Notte. Una vera chicca per gli appassionati di western. Rimango su questo tema. Nel 1970 arrivarono nelle sale cinematografiche tre film: Il Piccolo grande uomo, Soldato blu e Un uomo chiamato cavallo. Il fil rouge delle tre pellicole è lo sterminio dei nativi pellerossa d’America.
Negli Stati Uniti, era divampata già dal ‘69 la protesta contro la guerra in Vietnam e sull’onda della contestazioni erano emersi alla ribalta più forti che mai i giudizi storici sull’annientamento delle tribù indiane e l’esproprio delle loro terre e riserve come critica parallela all’ingerenza nel Paese asiatico. In Italia, l’editore Bonelli ci aveva pensato nel 1948 creando la saga di Tex/Aquila della Notte, strenuo difensore della giustizia e delle tribù indiane. A pensar male, forse, il film Un uomo chiamato cavallo si è ispirato (copiato) al nostro eroe bonelliano.
Nel 1964 era arrivato alle stampe il romanzo ”Il piccolo grande uomo”, scritto da Thomas Berger e portato al cinema nel ‘70 dal regista Arthur Penn. Dustin Hoffman interpreta Jack Crabb, che da bambino, insieme alla sorella, viene rapito dai Cheyenne. Crescerà con loro, diventando un giovane guerriero combattendo valorosamente contro altri indiani. Quando i bianchi rompono unilateralmente i trattati, per salvarsi la pelle in uno scontro con la cavalleria americana, si dichiarerà con il suo nome di bianco, J. Crabb. Tornerà nella civiltà, o supposta tale, della frontiera del west. Conoscerà un Dio protestante e la moglie del pastore (una bellissima Faye Dunaway), Buffalo Bill, Wild Bill Hickock, il generale Custer. Farà il pistolero, il commerciante, diventerà un ubriacone.
Dopo varie avventure ritornerà tra i Cheyenne dal suo padre adottivo Cotenna di Bisonte, metterà su famiglia, e vivrà come un indiano. E siamo giunti all’eccidio della tribù Cheyenne dove moriranno sua moglie e suo figlio. Deciso a vendicarsi si arruolerà nell’esercito come scout per uccidere Custer. Non riuscirà nell’intento, ma porterà il narciso maggiore Custer (non era generale) alla disfatta di Little Big Horn.
Grande e bel film, panoramiche e fotografia stupende, interpretato in generale in maniera eccezionale. Il libro e il film trattano un periodo drammatico della storia americana in modo, direi, molto umoristico. Se il film Soldato blu è stato un cavallo di battaglia della sinistra contro l’imperialismo americano, in Piccolo grande uomo il giudizio storico esce chiarissimo, ma è trattato con molto humor. Al tempo stesso si evidenzia la grande cultura e spiritualità del popolo pellerossa, contrapposta alla rozzezza bianca del West, alla cavalleria U.S. Army e ai politicanti americani.
I Cheyenne chiamano loro stessi ”popolo degli uomini”, vivevano pacificamente, pregavano il loro Dio, il Grande Spirito, avevano una concezione della parola data e dell’onore che tra i bianchi non esisteva. Dice Cotenna di Bisonte a Piccolo Grande Uomo: “I bianchi non conoscono il centro dell’universo”. Tutto per gli indiani aveva significato, la natura, gli animali, le stesse tribù nemiche.
Alla fine del film, il capo tribù, nonostante la vittoria a Little Big Horn è cosciente che i bianchi cancelleranno la civiltà pellerossa. È così avverrà. Ultima noticina. Già nel libro e poi anche nel film c’è la figura di un omosessuale, l’indiano amico del protagonista. La libertà sessuale era stata sbandierata già nel ‘68 americano, Woodstock era stato l’anno seguente, Cassius Clay si era rifiutato di combattere in Vietnam e finì in prigione, Nixon nel 1972 diede forfait per il Watergate e poi… Oggi siamo arrivati a Trump che nelle elezioni ha vinto negli Stati che un tempo erano il west.
mercoledì 14 novembre 2018
Gino Vignali - La chiave di tutto
Gino
Vignali
La chiave di tutto
Solferino
Veramente bello questo giallo scritto da Gino
Vignali, il socio di Michele, famosi per Zelig.
L’ambientazione è invernale in una Rimini coperta di
neve. Il Grand Hotel di Fellini non poteva mancare e qui abita il vice questore Costanza Confalonieri
Bonnet, nobile milanese trasferita nella città romagnola.
Viene trovato morto un
barbone, poi un giovane etiope figlio di un diplomatico e successivamente la
sua ragazza, una spogliarellista. Tutti uccisi con la stessa modalità.
Il senzatetto ha una chiave
nell’esofago, sarà proprio questa la chiave di tutto.
Il romanzo è scritto
benissimo, godibile, ma non truculento. Costanza non è antipatica, non è
depressa come molti altri protagonisti di romanzi gialli.
Ottimo direi. Pare che
dovrebbe essere il primo di quattro gialli, uno per stagione.
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