lunedì 2 marzo 2020

MEMORIE DI UN ASSASSINO/ La svolta nel thriller di Bong Joon-ho prima dell’Oscar


MEMORIE DI UN ASSASSINO/ La svolta nel thriller di Bong Joon-ho prima dell’Oscar

Appena dopo la vittoria agli Oscar con Parasite, è arrivato in prima visione un film del regista Bong Joon-ho uscito nel 2003, mai però arrivato nelle sale cinematografiche italiane, Memories of Murder – Memorie di un assassino. Aldilà del marketing a orologeria direi che è un buon film e consiglio di vederlo a chi è appassionato di thriller.
Siamo in paesino della campagna della Corea del Sud nel 1986 e viene trovata morta e stuprata una bella ragazza, nuda, legata e con il viso coperto con i suoi indumenti intimi. Dopo poco tempo ne viene trovata un’altra uccisa nello stesso modo.
La polizia del luogo è impreparata e macchiettistica: il capo ispettore è veramente uno sfigato, mentre abbiamo due detective originali, Park Du-man, che costruisce prove pur di arrestare i sospettati e si vanta di riconoscere i banditi guardandoli negli occhi, e Cho Yong-gu, il cattivo che mena come un fabbro per farli parlare. Tutti e due grezzi e approssimativi.
Si aggiunge alla comitiva un poliziotto mandato da Seul, Seo Tae-yun, che vive chiaramente su un altro pianeta rispetto ai due sopraccitati. E qui facciamo la prima riflessione. Per la prima ora il film è veramente pittoresco, le figure dei poliziotti locali son da comiche, sia per il loro carattere che per i metodi investigativi. C’è una forte ironia nei confronti della polizia, accusata senza veli, di incastrare i potenziali delinquenti con torture. Uno specchio della società di allora. E lo vediamo con il primo sospettato, un ragazzo ritardato a cui gli Starsky & Hutch ne fanno di tutti i colori e poi dopo aver riconosciuto la sua innocenza gli regalano un paio di Nike nuove ma tarocche.
Una poliziotta del comando, utilizzata per consegnare i caffè, ha un’intuizione che fa muovere il tenebroso di Seul centrando nel segno. Le ragazze morte sono tutte carine, vestite di rosso, uccise in una sera di pioggia mentre alla radio suonavano la stessa canzone richiesta da un anonimo ascoltatore. L’ispettore Seo ipotizza che ci sia un’altra donna uccisa precedentemente e la trova mentre S&H giocano a passarsi gli elastici. I due poi torturano un esibizionista legandolo a testa in giù, certi che sia colpevole, ma anche qui è un abbaglio del loro istinto.
L’ultima donna trovata morta non ha neppure un pelo pubico dell’assassino e allora Park Du si reca nelle saune e sale massaggi a vedere se qualcuno è rasato nelle parti intime. Poi su suggerimento della compagna va addirittura da una maga.
Manca un’ora alla fine del film e direi che nella drammaticità abbiamo anche riso. E qui c’è la svolta, Seo scopre una ragazza che è stata lasciata in vita dal killer e comincia un altro film. Diventa drammatico, i contrappunti comici spariscono, e anche i personaggi assumono le vesti e le maschere di chi è immerso in un thriller con sangue che scorre e che scuote gli animi esasperandoli. E da alcuni fatti che accadono le persone cambiano: anche nei buoni si alimenta lo schizzo della vendetta.
La produzione del film è coreana, ma allora il digitale nel cinema era da venì e questo si ripercuote sulla fotografia, volutamente scura dato il tema, ma inefficace sui primi piani. Scelta registica il grigiore, il tempo acquoso, ma la fotografia risulta piatta. Interessante la scenografia, tutti i luoghi interni danno l’idea di povertà e squallore. Anche questa una scelta mirata del regista per trasmettere messaggi.
Direi di non svelare la seconda parte, è da vedere, come il finale. Non andate a  spilorare. Grazie.

venerdì 28 febbraio 2020

mercoledì 26 febbraio 2020

martedì 25 febbraio 2020

ARDEA LIZZINI - IL SOFFIO DEL VENTO DELL'EST - ISOLE SOLOVKI - Isola delle Lepri



Ardea Lizzini
IL SOFFIO DEL VENTO DELL'EST
Edizioni SEGNO



In questa isola desolata e spoglia venivano mandate le donne. Come avrebbero fatto a sopravvivere?

domenica 23 febbraio 2020

PARADISE ROAD/ Un film con la vera forza che parte dal canto

PARADISE ROAD/ Un film con la vera forza che parte dal canto


Da adolescente, a metà degli anni ’70, ho trascorso delle belle vacanze estive in Val Venosta a Malles, dove la natura e le montagne si uniscono dando vita a un panorama bellissimo. Appena fuori il paese c’era una caserma degli alpini che incontrammo durante un’escursione in alta montagna. Come detto, in estate il paesaggio era eccezionale, ma, a detta dei militari, in inverno invece c’erano due metri di neve e perciò erano costretti a stagnare sempre chiusi  in caserma.
Vent’anni dopo conobbi per lavoro un architetto che aveva svolto il servizio militare come Ufficiale di complemento proprio a Malles e mi disse che in inverno aveva organizzato, per non buttar via il tempo, un coro di canti di montagna e andavano a esibirsi nei paesi e nelle valle vicine. E il morale dei soldati si era alzato. Una storia forse banale, in un microcosmo in mezzo ai bricchi, che ha dato senso a una leva militare considerata inutile in quel momento.
Il film che vi propongo ha una traiettoria simile, anche se più terribile. Paradise Road è del 1997 ed è stato cestinato dai critici velocemente. Diversi i motivi: per non urtare la sensibilità dei giapponesi che sono permalosi ma allo stesso tempo una potenza economica, storia considerata stantia, come le interpretazioni e dialoghi superficiali. Se il film fosse uscito in questi anni con il martellamento rosa di #Me Too avrebbe riscosso un grande successo.
Il regista è l’australiano Bruce Beresford, famoso in patria, non molto in Europa, anche se ha diretto il film pluripremiato con l’Oscar, A Spasso con Daisy del 1989. Le protagoniste son tutte donne, ma quelle principali sono Glenn Glose, Cate Blanchett, Francis Mc Dormand, Pauline Collins. Questa è forse la meno conosciuta ma nel film è Margaret, una missionaria sposata che con la sua fede e certezza tira il gruppo. Della Close basta guardare il suo c.v. e qui è Adrienne, la leader che trascina con forza di volontà le donne guidando il coro. La Blanchett è la bella infermiera McCarthy, mentre la McDormand è la dott.ssa Verstak, un medico tedesco scontroso ma molto concreto. Queste due attrici vinceranno in seguito vari Oscar.
Il film è tratto da un fatto di vita vero e drammatico. Siamo a Singapore e si parte con una serata di gala: ci sono inglesi, tedeschi, francesi, olandesi con tanto di dame imbellettate. La festa viene interrotta dall’annuncio che il Giappone è entrato in guerra. Viene organizzato via mare un esodo di donne e bambini verso l’Europa, ma la nave viene affondata e le superstiti si spiaggiano su un’isola. Vengono trovate da soldati giapponesi che le portano in un campo di concentramento vero e proprio. Come detto sono donne di varie nazionalità europea, e di varia estrazione sociale: dottoressa, suore, insegnati, una missionaria, delle dame. Vi sono anche dei bimbi e bimbe.
Vengono sottoposte ad angherie, soprusi, malnutrizioni, torture, una viene anche decapitata. Alcune per sfuggire a tutto questo si concedono agli ufficiali nipponici. C’è il cattivissimo di turno, un sergente soprannominato Snake, un capitano odioso e un comandante senza palle che si adegua al clima di violenza dei suoi sottoposti.
E qui i critici benpensanti hanno parlato di sceneggiatura retorica, di scene scontate, di dialoghi banali. Ma in un campo di concentramento cosa si vive se non una terribile violenza psicologica e fisica? Di che cosa si parla se non di ricordi? A che cosa ci si attacca se non alla speranza che tutto passi in fretta? E da questo barlume di desiderio di vita Adrienne, ai tempi violinista, e Margaret la missionaria, convincono le detenute a riunirsi in un coro. Un’unità d’intenti che sfocia in un sembrerebbe banale coro dove la maggior parte delle donne che partecipano non hanno mai cantato in vita loro. Adrienne è il motore, mentre la missionaria è l’anima. Il risultato non è Sanremo ma un solfeggio e gorgheggi di lalala sulle arie di Ravel, Chopin e Dvorak che coinvolge le donne. Come per gli alpini di Malles, anche per loro il morale si alza nonostante la situazione terribile.
Un fatto simile è accaduto anche a Giovannino Guareschi, che rinchiuso con altri soldati italiani in un campo tedesco in Polonia ha dato vita con altri detenuti a spettacoli teatrali e letture orali di libri.
Il cantare insieme e il tentativo di unità dà alle donne recluse forza d’animo. E come per miracolo accadono dei fatti non previsti. Una sera il coro si esibisce in onore del comandante e dei soldati, e anche il loro cuore viene toccato, sono ammutoliti e contenti di quel che accade. Il sergente Snake, che ubriaco tempo prima aveva cercato di violentare Adrienne, un giorno la preleva dal lavoro dei campi e la porta nel fitto bosco. Le donne pensano al peggio, ma invece lui intona una canzone in giapponese per far sentire che ne capisce di canto e non è solo il bruto che appare.
All’inizio della prigionia viene festeggiato con l’aiuto delle suore il Natale, con i bimbi travestiti da angioletti e le piume dei cuscini che cadono dall’alto come fosse neve. Una donna viene decapitata, un’altra bruciata viva, la brutalità e il male sono evidenti, come è evidente il Bene e il desiderio di speranza.