venerdì 13 marzo 2020

SNOWPIERCER/ La futuristica lotta di classe nel film di Bong Joon-ho


SNOWPIERCER/ La futuristica lotta di classe nel film di Bong Joon-ho


Se alcune settimane fa è uscito nelle sale italiane Memorie di un assassino, dopo la vittoria agli Oscar di Parasite, vi propongo oggi un altro film del regista coreano Bong Joon-ho, Snowpiercer, una coproduzione inglese/coreana del 2013. Un altro livello rispetto a Memorie di un assassino, un salto qualitativo e tecnico. Il cast è internazionale con Ed Harris, Tilda Swinton, Chris Evans, John Hurt, Jamie Bell (l’ex piccolo Billy Elliot) e Song Kang-ho. Questi è l’attore feticcio del regista presente in molti suoi film, famoso in patria e nel circuito internazionale. La fotografia è ottima, nulla a che vedere con il thriller de 2003.
Il film, uscito in Italia nel 2014, prende un sacco. Il regista l’ha tratto da un fumetto fantasy francese in tempi lontani, 2004. Interessante e sopra le righe Swinton, irriconoscibile, acida e brutta zitella portavoce degli ordini del capotreno Wilford, il cattivone interpretato da Harris. Questi, prevedendo una glaciazione terrestre, aveva costruito un treno futuristico che gira intorno al mondo a velocità pazzesche, autoalimentato. E mentre il cosmo si gelava, gli unici superstiti sono le 2000 persone che erano riuscite ad acquistare il biglietto del treno. Ormai sono trascorsi 18 anni da che il mezzo vagava continuamente.
Potrebbe sembrare un futuro Noè, ma non è così, il padrone delle ferriere ha diviso gli scompartimenti in base alle classi sociali. Abbiamo i poveracci in fondo al treno e poi man mano i ricchi con scompartimenti sauna, piscina, serra, ristorante, acquario, discoteca con tanto di orge, vagone per i drogati di lusso, scuola di indottrinamento per i piccoli nati sul treno. Il tutto controllato da uomini armati tipo reparti speciali.
Negli ultimi scompartimenti siamo in un lager con uomini, donne, vecchi e bambini straccioni e denutriti, alimentati giornalmente da una barretta proteica nera che poi si scoprirà ottenuta centrifugando scarafaggi.
Il vecchio interpretato da Hurt è il saggio dei poveracci, senza una gamba e un braccio per le torture subite dagli uomini di Wilford. Incita alla sollevazione il prestante Curtis (Chris Evans), che diventa il leader dei rivoltosi. Si scatena una guerra sul treno con l’avanzamento degli insorti verso la testa degli scompartimenti dove ha la sua roccaforte Wilford.
Grande maestria nelle riprese e nel montaggio delle scene di lotta e guerriglia. Sin dall’inizio entra in scena Song Kang-ho, il cui personaggio (Namgoong Minsu) è recluso in cassettoni da obitorio con la figlia perché tossicomane. Il suo compito è quello di aprire le porte blindate di ciascun vagone. La battaglia si succede di vagone in vagone. Molto belle le scenografie di alcuni di questi, sullo stile del regista visionario Terry Gilliam (non a caso il cognome del vecchio saggio).
Lotta sanguinaria dei più deboli contro il potere. Sembrerebbe una lotta del Bene contro il Male, ma non c’è religiosità e alla fine si scoprono altarini che deluderanno il capo popolo Curtis. C’è sicuramente sacrificio e abnegazione nelle morti dei rivoltosi per portare un’equità sociale tra i passeggeri, ma il potere si insinua anche nelle azioni benevole (ma questo non lo svelo). Curtis andrà in crisi esistenziale, ma saranno il suo sacrificio e quello di Namgoong Minsu, la nota iniziale della speranza. La scena finale è il treno distrutto con la figlia del coreano e un bimbo che, sani e salvi, si incamminano in un mondo che si sta scongelando.

giovedì 12 marzo 2020

lunedì 9 marzo 2020

sabato 7 marzo 2020

mercoledì 4 marzo 2020

lunedì 2 marzo 2020

MEMORIE DI UN ASSASSINO/ La svolta nel thriller di Bong Joon-ho prima dell’Oscar


MEMORIE DI UN ASSASSINO/ La svolta nel thriller di Bong Joon-ho prima dell’Oscar

Appena dopo la vittoria agli Oscar con Parasite, è arrivato in prima visione un film del regista Bong Joon-ho uscito nel 2003, mai però arrivato nelle sale cinematografiche italiane, Memories of Murder – Memorie di un assassino. Aldilà del marketing a orologeria direi che è un buon film e consiglio di vederlo a chi è appassionato di thriller.
Siamo in paesino della campagna della Corea del Sud nel 1986 e viene trovata morta e stuprata una bella ragazza, nuda, legata e con il viso coperto con i suoi indumenti intimi. Dopo poco tempo ne viene trovata un’altra uccisa nello stesso modo.
La polizia del luogo è impreparata e macchiettistica: il capo ispettore è veramente uno sfigato, mentre abbiamo due detective originali, Park Du-man, che costruisce prove pur di arrestare i sospettati e si vanta di riconoscere i banditi guardandoli negli occhi, e Cho Yong-gu, il cattivo che mena come un fabbro per farli parlare. Tutti e due grezzi e approssimativi.
Si aggiunge alla comitiva un poliziotto mandato da Seul, Seo Tae-yun, che vive chiaramente su un altro pianeta rispetto ai due sopraccitati. E qui facciamo la prima riflessione. Per la prima ora il film è veramente pittoresco, le figure dei poliziotti locali son da comiche, sia per il loro carattere che per i metodi investigativi. C’è una forte ironia nei confronti della polizia, accusata senza veli, di incastrare i potenziali delinquenti con torture. Uno specchio della società di allora. E lo vediamo con il primo sospettato, un ragazzo ritardato a cui gli Starsky & Hutch ne fanno di tutti i colori e poi dopo aver riconosciuto la sua innocenza gli regalano un paio di Nike nuove ma tarocche.
Una poliziotta del comando, utilizzata per consegnare i caffè, ha un’intuizione che fa muovere il tenebroso di Seul centrando nel segno. Le ragazze morte sono tutte carine, vestite di rosso, uccise in una sera di pioggia mentre alla radio suonavano la stessa canzone richiesta da un anonimo ascoltatore. L’ispettore Seo ipotizza che ci sia un’altra donna uccisa precedentemente e la trova mentre S&H giocano a passarsi gli elastici. I due poi torturano un esibizionista legandolo a testa in giù, certi che sia colpevole, ma anche qui è un abbaglio del loro istinto.
L’ultima donna trovata morta non ha neppure un pelo pubico dell’assassino e allora Park Du si reca nelle saune e sale massaggi a vedere se qualcuno è rasato nelle parti intime. Poi su suggerimento della compagna va addirittura da una maga.
Manca un’ora alla fine del film e direi che nella drammaticità abbiamo anche riso. E qui c’è la svolta, Seo scopre una ragazza che è stata lasciata in vita dal killer e comincia un altro film. Diventa drammatico, i contrappunti comici spariscono, e anche i personaggi assumono le vesti e le maschere di chi è immerso in un thriller con sangue che scorre e che scuote gli animi esasperandoli. E da alcuni fatti che accadono le persone cambiano: anche nei buoni si alimenta lo schizzo della vendetta.
La produzione del film è coreana, ma allora il digitale nel cinema era da venì e questo si ripercuote sulla fotografia, volutamente scura dato il tema, ma inefficace sui primi piani. Scelta registica il grigiore, il tempo acquoso, ma la fotografia risulta piatta. Interessante la scenografia, tutti i luoghi interni danno l’idea di povertà e squallore. Anche questa una scelta mirata del regista per trasmettere messaggi.
Direi di non svelare la seconda parte, è da vedere, come il finale. Non andate a  spilorare. Grazie.