venerdì 26 giugno 2020

Gambit – Una truffa a regola d’arte/ Sorpresa e risate nel film scritto dai Coen Bros




Oggi vi propongo sempre un film con a tema la pittura, una pellicola non impegnata, un divertissement. In questo film l’oggetto del contendere è un quadro di Monet, i Covoni di fieno al tramonto. Monet tra covoni doppi e singoli dipinse venticinque tele, in varie stagioni e nelle varie ore del giorno con una luce diversa. Una di queste tele con due covoni è stata battuta all’asta nel 2019 per quasi 111 milioni di euro. Nei giorni precedenti all’asta di Sotheby’s la previsione era che si sarebbero raggiunti i 55 milioni, ma invece si è arrivati a un record inimmaginabile e a un compratore sconosciuto. Nel film che vi propongo, Gambit – Una truffa a regola d’arte (2012), il quadro in oggetto viene valutato 20 milioni di dollari, una bazzecola rispetto agli euri spesi nella realtà nel 2019.
Il film è un remake di Gambit – Grande furto al Semiramis del 1966 interpretato da Shirley MacLaine e Michael Caine, mica paglia, ma il soggetto della pellicola odierna è stato scritto dai geniali fratelli Ethan e Joel Coen (li adoro) che hanno attualizzato la storia ribaltandola completamente. Se nel primo film l’oggetto era una statua con una finta e bella cinese, qui si è passati ai quadri di Monet. Aggiungeteci come protagonisti Colin Firth, Cameron Diaz, Stanley Tucci e il cattivo di Die Hard e Robin Hood, Alan Rickman, e portiamo a casa un buon prodotto.
Per convincervi di questo dovreste provare ad ascoltare solo l’audio del film per capire come è stato mirabilmente scritto dai Coen Bros.
Il film è veramente divertente e non scade mai di tono. L’esperto d’arte Harry Dean (C. Firth) lavora a Londra per l’editore plurimilionario Lionel Shabandar (A. Rickman). Cattivone come negli altri film, tratta il povero Harry come uno straccio. Questi ama l’arte in maniera totale, si è comprato un piccolo dipinto, il cui acquisto lo ha lasciato al verde. Ha l’aplomb inglese sia nel carattere che nelle espressioni. Completamente diversa è l’interpretazione di Cameron Diaz, cowgirl texana, sveglia e disinibita. Che c’azzeccano?
Una semplice truffa, Harry escogita un semplice piano, scova in Texas PJ Puznowski (C. Diaz), una nipote del soldato americano che recuperò nel caveau dell’ufficiale SS tedesco Hermann Goring il quadro di Monet dei Covoni al tramonto, mentre l’amico soprannominato il Maggiore, ne dipinge una copia esatta e PJ la spaccia come vera. Tutto sotto il controllo di Harry. Lionel abbocca, ha in villa i Covoni dipinti con la luce del mattino e acquistati a un’asta battendo il suo nemico giapponese, magnate dell’editoria e tv asiatica.
Lionel è dispotico e sopra le righe, Harry dimostra senza palle e invece PJ si rivela furba anche se sgraziata. Il cattivone organizza un festone in villa dove un esperto tedesco, interpretato da Stanley Tucci, dovrà confermare l’autenticità del Monet, affiancato ai Covoni del mattino. Questo avviene, ma è Harry a svelare che è invece una riproduzione. Perché? E qui sta il bello della truffa e del finale del film, che non anticipo. Un bel colpo di scena.
Un film divertente e ironico, il cui soggetto veste alla perfezione i vari personaggi del film. Esilaranti le scenette di Harry in mutande, ma in giacca e cravatta nelle varie camere del prestigioso Hotel Savoy di Londra, così come l’antifurto nella sala della villa dove vi è il Monet di Lionel L’antifurto è un leone vero e proprio che viene domato dalla cowgirl.

martedì 23 giugno 2020

IL TORMENTO E L’ESTASI/ Il film sull’arte che diventa offerta e bellezza



Sono spesso a Roma per lavoro in zona Vaticano e quando son libero vado in San Pietro. Da buon portoghese salto le file delle comitive dei giap e appena entrato in Basilica mi soffermo sempre davanti alla cappella della Pietà. Devo dire che il mio cuore di pietra quasi sempre si commuove per il significato e per la bellezza che l’opera esprime: il volto di Maria e di Gesù; i dettagli delle mani, delle vene e delle pieghe delle vesti.
Quando vidi invece per la prima volta nella chiesa di San Pietro in Vincoli la statua del Mosè ebbi un sussulto di timore: maestosa, grande, espressione di forza, con i due cornini sulla testa di cui non mi capacitavo.
Parliamo dell’autore di queste opere, Michelangelo Buonarroti, questa volta non come scultore ma come pittore. Il film che vi propongo oggi è Il tormento e l’estasi (1965) diretto da Carol Reed in cui viene rappresentata la realizzazione degli affreschi della volta della Cappella Sistina. Il film è una produzione Usa/Ita, la sceneggiatura è tratta dal romanzo di Irving Stone ed è quasi tutta vera. Il nucleo centrale della pellicola è rappresentato dal rapporto di Michelangelo con Papa Giulio II, dai loro caratteri, certezze, titubanze e dalla loro personale fede in Dio.
Charlton Heston, dopo aver interpretato I dieci comandamenti (1956) e aver vinto un Oscar con Ben Hur (1959) si raffronta con Rex Harrison, anch’egli vincitore della statuetta con My Fair Lady (1964). Il film è un kolossal: il budget, le scenografie, la fotografia, gli attori, la grandezza delle risorse evidenziano l’intento di un film dalle intenzioni grandiose, e lo è stato nonostante il parere negativo dei critici sempre incentrati sull’estetica e mai sul significato. La Cappella Sistina è stata ricostruita in studio a Cinecittà poiché il Vaticano, saggiamente, non autorizzò le riprese in un luogo sacro.
Michelangelo, già affermato scultore, giovanissimo aveva scolpito il capolavoro della Pietà e stava lavorando alle statue per la tomba del Papa. Questi decise in maniera unilaterale di affidare gli affreschi della Sistina al Buonarroti. Il nostro si rifiutò, si sentiva di esser solo uno scultore, ma dovette accettare. Iniziò il lavoro, lo interruppe, distrusse gli affreschi e scappò dalla capitale. Ebbe poi una visione, ritornò a Roma e iniziò il grande lavoro che termino in quattro anni. Questa la sintesi del film, in cui però s’intrecciano le due eccezionali figure, spesso in contrapposizione, ben evidenziate nella pellicola, sia dalle maestose interpretazioni dei due attori, ma anche dalla sceneggiatura e dai dialoghi.
Papa Giulio II della Rovere era un uomo deciso, forte di carattere, lasciato all’iconografia storica come più devoto alla guerra che all’incenso, combatté duramente i francesi, ma era cosciente che in quel momento storico la Chiesa dovesse essere una potenza militare, non solo per fini temporali, ma perché il Suo messaggio fosse rispettato e potesse arrivare a tutti. Lungimirante e intuitivo affidò gli affreschi a Michelangelo. Si scontrò con lo scultore, lo rimproverò, lo minacciò, ma il 31 maggio 1512, dopo quattro anni di lavori ammirò lo splendore dell’opera finita e vi celebrò la preghiera dei Vespri.
Alla riluttanza iniziale del Buonarroti risponde: – Non è un impegno è una prova di fede.
A opera conclusa afferma: – Io volevo un affresco, lui mi ha dato un Miracolo.
Michelangelo pare fosse di carattere molto irascibile, presuntuoso, non avvezzo all’obbedienza, irrispettoso, difficile perciò lavorare con lui. Senza peli sulla lingua quando il Papa gli chiedeva: – Quando lo porterai a fine? lui rispondeva a tono: Quando avrò finito!
Due personalità carismatiche, Giulio II con il chiaro compito missionario della Chiesa, Michelangelo con l’affermazione del proprio lavoro, non come estetica fine a se stessa, ma come significato espressivo dell’opera che realizzava.
Il film mette perciò in evidenza la vocazione a cui entrambi i personaggi furono chiamati dal buon Dio. Il Papa avrebbe voluto essere un artista, mentre il Buonarroti avrebbe voluto solo scolpire. Ma capì che realizzare la Genesi oltre che essere una prova di fede era la possibilità di mettere a servizio i propri doni: – Dio mi ha dato queste mani per creare.
E la vita lo portò, lui grande scultore, a dipingere due capolavori, la Genesi e il Giudizio Universale.
Quello che accade nella nostra vita non lo decidiamo noi, dobbiamo andarci dietro e il Papa e l’artista, soprattutto questi, a malincuore inizialmente, vi aderirono.
Michelangelo capì che doveva realizzare il lavoro da solo, fu aiutato solo da garzoni, si sfinì psicologicamente e soprattutto fisicamente ammalandosi, ma aveva la consapevolezza che quello era il suo personale compito in un’immedesimazione totale. Affrescò 430 corpi sui 1.010 metri della superficie della volta. Corpi ignudi, muscolari, forti, espressione dell’origine dell’uomo creato da Dio senza peccato e perciò non contaminati e quindi senza vestiti. I cardinaloni restarono allibiti guardando i lavori, ma Michelangelo tenne testa loro rabbiosamente, per lui tutto era nato da Dio, e dal sacrificio di Cristo sulla croce. Li zittì e Giulio II acutamente comprese che quel duro lavoro era il mezzo con cui Michelangelo metteva tutto se stesso in rapporto con Dio, era perciò una abnegazione, un sacrificio e un’offerta spirituale e fisica nel donarsi al Padre. Da qui il titolo del film, il Tormento (Agony nell’originale), una sua vera e propria via Crucis interiore. L’Estasi è la bellezza di Dio riverberata nel creato. Tutto questo è ben espresso nel film.
Ancora una cosetta, tra gli attori abbiamo un già affermato Alberto Lupo, un giovanissimo e bellissimo Tomas Milian nei panni di Raffaello Sanzio e un garzone sbarbato interpretato da Andrea Giordana.
Il film lo trovate solamente in dvd e su qualche sito streaming privato.

domenica 24 maggio 2020

UNA STORIA SENZA NOME/ Un film nel film sul giallo della Natività di Caravaggio









Raccontare di film con a tema l’arte, in questo caso la pittura, non è affatto facile. Per diverse settimane vi proporrò dei film che parlano di questo, alcuni saranno film impegnati, altri un po' meno.
Partiamo da Una Storia Senza Nome (2018) di Roberto Andò, un giallo romanzato che prende spunto da un fatto, ahimè, vero.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, a Palermo, nel quartiere detto della Kalsa, nell’Oratorio di San Lorenzo venne rubata la tela de la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco. La serratura non era sicuramente a prova di ladri, non vi era nessun allarme sulla scalcagnata porticina, ma neppure sul quadro. Come dire: portatemi via! Ma non era un dipinto qualsiasi, era stato realizzato Michelangelo Merisi, il Caravaggio e dopo il restauro del 1951 lasciato nella chiesetta per essere ammirato e…facilmente rubato. La curia palermitana non aveva chiaramente avuto un occhio di riguardo nella conservazione e protezione. Sta di fatto che in una notte piovosa, alcuni ladri, tagliarono la tela dalla cornice con una lametta, la arrotolarono e fuggirono su un’Ape car. Sembra un furto dei soliti ignoti un po' sfigati. E qui parte il mistero che da più di cinquant’anni avvolge la Natività del grande pittore.
Pare che i quattro ladri sfigati non sapessero del valore del quadro e che, sull’onda della scoperta del furto, la mafia se lo fece consegnare dai ladruncoli. Nel corso di queste cinque decadi non si è trovato nulla, se non le deposizioni di svariati pentiti che affermavano tutto e il contrario di tutto: che venne bruciato da Marino Mannoia; fu rovinato, fatto a pezzi e mangiato dai maiali; ospitato in casa di tano Badalamenti e venduto a un trafficante svizzero. Ho sintetizzato, di mezzo ci sono, brusca e company e non ultimo un tale Gaetano grado che affermò alla commissione antimafia di Rosy Bindi che il quadro fu portato in Svizzera, diviso in sezioni e queste vendute in giro per il mondo. Beneficiaria, chiaramente, la mafia. Il noto Vittorio Sgarbi, che ne sa sempre una più del diavolo, in un articolo del 2019 afferma che i risultati della commissione della Bindi sono farlocchi e che il quadro è in Svizzera.
Parliamo ora del film, Una Storia Senza Nome, gran bel film secondo me, ben realizzato con una sceneggiatura che prende dal vero quel poco che c’è, miscelandolo con le confessioni dei pentiti un po' di romanzo noir, ma lasciando una domanda nell’aria, anzi sullo schermo, senza risposta.
Roberto Andò, il regista, ha sapientemente scritto la sceneggiatura e si è inventato un film nel film. Non nuova l’idea, ma trasportata direi molto bene.
Abbiamo uno sceneggiatore che pensa solo alle donne, Alessandro Gassmann e non ha più verve nello scrivere. Le sceneggiature degli ultimi suoi film, tra l’altro di successo, le ha scritte Micaela Ramazzotti, segretaria di produzione della società cinematografica per cui Gassmann lavora. Nessuno è al corrente, è in gergo un negro, cioè colui che scrive per altri. Figura conclamata nel cinema, nell’editoria, in televisione. In politica lo si definisce invece con termine inglese che parrebbe più nobile: ghost writer.
Micaela ha un patto diciamo d’amore con il cazzaro Gassman, scrive sì in cambio di soldi, ma ne è anche innamorata e lui da latin lover non disdegna.
La bella segretaria viene agganciata da un anziano uomo che si spaccia per investigatore. Le racconta la storia del quadro di Caravaggio, della mafia e compagnia bella. Micaela scrive, Alessandro consegna la sceneggiatura che viene accolta alla grande, arrivano i cinesi che vogliono coprodurre il film con un regista internazionale. E qui iniziano i guai. Nella casa di produzione, il socio di maggioranza è un colletto bianco della mafia che ne reinveste i denari. Quando Cosa Nostra legge la sceneggiatura capisce che lo script è stato scritto da qualcuno che sa la verità.
Gassman viene rapito e massacrato di botte, ma continua ad affermare che è frutto della sua fantasia. Morale si farà sei mesi di coma in ospedale. Micaela attratta dall’anziano detective lo aiuta, continuando a scrivere man mano le scene che mancano. Qui il film diventa sempre più thriller con i mafiosi alla ricerca del Mister X che scrive la storia. Si arriva addirittura al Presidente del Consiglio e ad alcuni ministri a cui è proposto il dipinto in cambio di soldi e di abolizione della detenzione al 41 bis dei mafiosi in carcere. Questo è quanto ha affermato tra l’altro il pentito Giovanni Brusca.  Come dicevo c’è un buon amalgama tra la storia vera, quella dei pentiti e quella romanzata di Andò.  Miscelata con una ricostruzione con flash back trasportata nel film che viene girato dalla casa di produzione. Un film nel film che racconta una storia. Un paio di colpi di scena ben assestati, uno fanta-politico ed uno personale di Micaela sono le ciliege sulla torta. 
Godibile, buon divertimento

giovedì 7 maggio 2020

NON SPOSATE LE MIE FIGLIE 2/ Il film “scorretto” dove risalta Clavier






Un paio di anni fa vi avevo proposto Non sposate le mie figlie, ed ora vi propongo il sequel uscito in Italia nel marzo del 2019. Il primo era veramente un film gustoso, ironico e politicamente scorretto, questo secondo è un po' stantio e meno brillante. Vale comunque la pena di vederlo, se l’avessero girato in Italia, sarebbe stato accusato di fascio/leghismo e sovranismo mentre in Francia al massimo potrebbero accusarlo di gollismo.
Il protagonista è sempre Christian Clavier, capofamiglia andato da poco in pensione, che si trova alle prese con le quattro figlie e relativi generi tutti desiderosi di espatriare.
L’avvocato musulmano ha solo clienti islamici e vuol andare in Algeria, l’ebreo un cazzaro/fanfarone in Israele, il cinese bancario a Shangai e l’ivoriano a Bollywood per sfondare come attore. Sono tutti scontenti di come si sentono trattati in Francia pur essendovi nati, non si sentono capiti e tenuti in considerazione. Si considerano degli immigrati. Espatriare diventa il loro miraggio.
Mentre i quattro si lamentano continuamente, il nostro scudiero (guardatelo ne L’Ultimo Guerriero) è costretto dalla moglie ad accogliere un afgano come giardiniere, che lui tratta in maniera razzista.
Il vecio Clavier e moglie non son d’accordo con i quattro che  e spiega loro che il mondo è tutto uguale: i sindacati e i gilet gialli sono ovunque, e rinfaccia loro di aver votato Macron. E qui esce il suo nazionalismo e amor di patria, organizza solo con i generi un week end/tour nella valle della Loira decantando i castelli, i vini, la nazione francese e combinando incontri “fortuiti” con vari personaggi per dare delle occasioni e dei motivi ai poveri tapini di restare in Francia. Chiaramente è tutto combinato e Clavier tira fuori molti euri per lo scopo. Ciò che muove lui e la moglie è l’amore per le figlie e per non aver lo strazio di vederle andare in luoghi lontani. Ma il suo gollismo, concretezza per arrivare all’obiettivo, coglie nel segno.
Tutto è raccontato in maniera politicamente scorretta, con battute semi razziste da parte di Clavier. Aggiungiamoci la figura del parroco, già visto nel primo film, che questa volta chiede la questua con l’utilizzo della carta di credito (minimo 10 euro) e che di notte si spara le serie tv di Star Trek e Gomorra (questo nel doppiaggio italiano).
Poi c’è il consuocero ivoriano che arriva a Parigi per il matrimonio della figlia, ma non sa che questa, essendo lesbica, si sposerà con una donna. E lì il cattolico negrone si sente male. Bordata chiaramente contro la morale cattolica, che con il sacerdote suddetto è completamente ridicolizzata. Questo è lo scivolone del film, dopo i quattro matrimoni multirazziali, l’unica idea nuova è stata questa. Un po' debole ed anch’essa telefonata. Forse la pecca del film.
Sicuramente non è brillante come il film del 2014, una genialata quello, ma, comunque, i dialoghi sono scritti bene, da teatro di rivista, e il ns. Clavier è veramente bravo. I siparietti con il padre ivoriano sono tutti da ridere.
Come dicevo inizialmente se il film in questione fosse stato girato nel 2018 in Italia, miiiiiiii, avrebbe causato una crisi di governo. Forse solo Zalone sarebbe riuscito ad accomodare tutto (vedi le sue gags sugli omosessuali).
Tutto è bene quel che finisce bene, le quattro famiglie restano in Francia, e guarda caso al capofamiglia viene regalato dai quattro pellegrini un berretto, un kepì originale di Charles de Gaulle. W la France.
N.B. Alle medie ho studiato francese…..                                                                       Mìììììì, non ci posso credere

giovedì 30 aprile 2020

L’ULTIMO GUERRIERO/ Un remake che fa brillare Jean Reno e Christian Clavier


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Questa volta, dopo aver visto Non ci resta che il Crimine con il suo salto nel passato, andiamo invece nel futuro. Parliamo de L’Ultimo Guerriero (2001) con la regia di Jean-Marie Poiré. Questo film fa parte della serie I Visitatori (quattro film) sempre diretta dal medesimo regista. È il remake del primo film, questa volta ambientato in America.
In tutti i quattro film abbiamo come protagonisti Jean Reno e Christian Clavier. Sul primo non ci sono parole da spendere, il secondo, forse più in ombra, ha una partecipazione a film lunga un kilometro, tra cui l’esilarante Non Sposate le mie Figlie 1 e il sequel.
Diciamo che è una commedia non sicuramente nuova come idea centrale del racconto, ma sicuramente divertente. In fondo è una fiaba comica in cui si fronteggiano il Bene e il Male con un lieto fine.
Siamo nel 1200 in Inghilterra ed il nobile J.Reno sta per sposare la principessa Rosaline, ma un conte francese complotta perché ciò non avvenga, gli versa una pozione stregata ed il nostro cavaliere uccide la principessa. Scappa e si affida al mago di corte per ritornare nel passato e riparare il danno causato, ma invece insieme al suo fido scudiero Claiver viene trasportato nell’anno 2000 negli Stati Uniti.
Fin qui si è già sorriso soprattutto per la goffaggine dello scudiero.
I due si ritrovano catapultati in un museo dove la direttrice è una discendente del cavaliere J. Reno e ha donato arredi e camera del castello del nobile avo. E attenzione, attenzione….la direttrice è la copia esatta della principessa Rosaline che doveva essere sposata dal ns.
C’è un cattivone di mezzo che è il fidanzato yuppie che mira ai soldini della giovane, provenienti dalla vendita del castello inglese e delle sue terre.
E qui comincia l’avventura del cavaliere con tutti gli annessi e connessi, cioè situazioni imbarazzanti, comiche e ridicole. Provate ad immedesimarvi nei personaggi che arrivano dal Medioevo e si ritrovano nel 2000…
Entrano in un ascensore e si scompongono dalla paura; incontrano un’auto che distruggono pensando sia un mostro; escono dal museo e si spaventano dal rumore cittadino di Chicago; salgono sulla Mercedes dello yuppie e vomitano per il mal d’auto. Ma non è finita, arrivati a casa della discendente scoprono l’interruttore della luce, il frullatore, il frigo che dispensa ghiaccio, il wc e la vasca da bagno dove si lavano vestiti consumando un litro di profumo Channel. Scenette banali? No, condite con una sana e comica interpretazione dei due nostri eroi.
Intanto il mago, un po’ cialtrone, arriva anche lui nel 2000 per riportare i due tapini nel passato ed anch’egli ne combina delle belle.
Il tutto si svolge a Chicago e due situazioni ricordano il film The Blus Brothers, quando al ristorante gozzovigliano con le mani e lo scudiero si siede per terra ricevendo gli avanzi e l’inseguimento della polizia per le vie della città.
Riusciranno i nostri eroi a ritornare nel passato? Certo, dopo aver defenestrato lo yuppie e dopo che il fido scudiero innamoratosi della domestica del vicino scopre un mondo moderno che lo conquista. Resterà perciò con la sua amata.
Ritornato nel 1200 l’ultimo guerriero J.Reno ritroverà la festa del banchetto di nozze congelata, bacerà la principessa, l’incantesimo si scioglierà  e…vissero felici e contenti.
Un remake del primo film della serie per sfondare nel mercato americano, ma ciò non è avvenuto, è stato accolto tiepidamente, ma comunque una pellicola che fa sorridere con un J.Reno non cattivone come al solito e uno straripante Christian Clavier.

lunedì 20 aprile 2020

NON CI RESTA CHE IL CRIMINE/ Spari e azione mischiati con la commedia all’italiana




Non ci resta che il crimine è un film del 2019, con la regia di Massimiliano Bruno,
se non la avete visto guardatelo. È una commedia noir tragicomica fuori dal tempo.    Uno dei pochissimi film italiani degli ultimi tre anni insieme a Zalone e Aldo Giovanni e Giacomo che vale la pena di gustare. Altro che Perfetti Sconosciuti e gli altri film sovvenzionati dallo Stato e supportati dai quotidiani con il cuore a sx e con il cash nel portafoglio.
Qualcuno obietterà che è un film il cui nucleo, il ritorno al passato, è trito e ritrito, e allora? Se lo girano negli Usa va bene, qui no. Ma per favore! Se la critica lo ha sputacchiato, il botteghino no.

Tre romani s'inventano il tour nei luoghi della banda della Magliana. E questo già fa sorridere.
M. Giallini è l'erudito del gruppo, (avesse detto...); A. Gassman il tentennante, pauroso e probo; GM. Tognazzi il senza palle.
Il bar, che era il ritrovo della banda, ora è gestito da cinesi e attraversandone una porta i tre si trovano in un locale con dei brutti ceffi. Hanno attraversato lo spazio/tempo a ritroso e si ritrovano nel luglio del 1982 nel pieno dei Mondiali di calcio spagnoli.
I brutti ceffi sono la banda della Magliana capitanata da Renatino, Edoardo di Leo (bravissimo), che trattiene Tognazzi e s invaghisce di lui, visto che "azzecca" risultati e i marcatori dei gol dei mondiali in anticipo,
Renatino lo considera un veggente e sulle sue anticipazioni scommette e vince milioni.
Gassman ha a che fare con l'amante del boss, ma non lo sa, mentre Giallini da erudito (ha letto vari libri sulla banda) trova il il tesoro nascosto il tesoro della banda: denaro, lingotti, quadri e gioielli, frutto delle rapine.
Scritta bene, non volgare, ricorda i film commedia degli anni '60, con gli equivoci, le situazioni un po' irreali ma non finte, con le battute che sentiamo nella vita normale.
Renatino costringe i tre a partecipare ad una rapina in banca travestiti da Kiss mentre la Magliana è in versione Rockets. Pam, pam, bang e Tognazzi sotto gli occhi allibiti degli amici, causa la sindrome di Stoccolma ed il carisma di Renatino, tira fuori gli attributi partecipando attivamente alla rapina.
Successivamente GGT rubano il tesoro della banda e lo nascondono per recuperarlo quando ritorneranno nel tempo presente. Gassman s'innamora dichiarato della donna di Renatino ma lei va per la propria strada, ed aiutati da Gianfranco, interpretato dal regista M. Bruno, ritornano nell'oggi.
Finito tutto, noooo! Anche il boss ha attraversato lo spazio/temporale e la coda del film preannuncia il sequel.
Doveva uscire a marzo, ma tutto è fermo, speriamo che venga distribuito online.
Ho riassunto in breve la trama, non svelando gags e situazioni paradossali. Il film non lascia tregua, divertente, senza pretese, da vedere per alleggerire i tempi odierni e sorridere.
I tre amigos ormai hanno girato vari film insieme e il regista, Massimiliano Bruno, il D’Artagnan del gruppo, è un loro sodale da tempi immemori.
Sono affiatati e si vede, le loro interpretazioni son tra il comico e il forse l’esagerato, ma non sono macchiettistische: Giallini è il borgataro fallito che cerca di fare il leader del gruppo (non ricorda certo per fortuna Rocco Schiavone), cazzaro alla romana; Gassman forse è in un ruolo inusuale per lui, è pauroso, incerto, imbranato ma in fondo è un buono e un ingenuo; Tognazzi è il represso del gruppo, lavora sfruttato nel grosso studio del suocero commercialista, ha paura della sua ombra, ma poi ha il guizzo inaspettato.
Tutte queste sfaccettature le si vedono concretamente nella trasposizione cinematografica. Il finale terrà conto della loro esperienza personale a ritroso nel tempo per ricominciare nel presente. Anche qui niente spoiler.
Una parola sul regista che, come dicevo nel film è anche attore. Ciccione e simpatico, interpreta da bambino il genio incompreso bullizzato dai tre amigos e poi da adulto quello che li tira fuori dai guai,  marginale ma d’effetto.
Buona visione



giovedì 2 aprile 2020