venerdì 17 gennaio 2020

Les Choristes – I ragazzi del coro/ Un film sul canto per tutti gli educatori

Les Choristes – I ragazzi del coro/ Un film sul canto per tutti gli educatori


 Choristes – I ragazzi del coro ė una perla uscita nei cinema nel 2004. Fugace la sua apparizione in Italia, mentre in Francia ha goduto di un’ampia visione e di una buona critica. Meritate. Gli attori sono perlopiù conosciuti in patria, dai suoi confini è uscito il solo Francois Berléand per la saga di Transporter e per Il Concerto, ma tutti gli altri non sono da meno. Il film tratta di musica, anzi di canto, ma soprattutto di educazione.
Ho avuto la possibilità di ascoltare la testimonianza di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, e di alcuni suoi ragazzi, che con affezione e lavoro è riuscito ad aiutare portandoli sulla retta via. Leggete il suo libro “Non esistono ragazzi cattivi”, e vedrete un bel parallelo con la pellicola.
Ecco, il film inquadra un collegio di correzione dove ci sono ragazzi e bambini abbandonati, ribelli, senza genitori o con la sola madre che non può accudirli. La targa sopra il cancello d’ingresso ha stampata la scritta  “Fondo dello stagno”, come a dire che la  speranza lì non esiste.
Il protagonista del film è l’insegnante di musica disoccupato Mathieu, un bravissimo Gerard Jugnot, che accetta il lavoro di sorvegliante. Quando arriva davanti al cancello incontra un bambino, Pepinot, che aspetta come tutti i sabati i suoi genitori che non arriveranno mai.
Il coprotagonista è l’adolescente Pierre, che all’inizio del film si vede adulto e affermato direttore d’orchestra mondiale che, ritornato in Francia per il funerale della madre, incontra uno stempiato compagno di collegio, Pepinot, che con un diario scritto da Mathieu ripercorre le traversie degli anni duri trascorsi nella struttura. Qui vi è il direttore che è veramente un bastardo e che tratta i ragazzi con durezza e asprezza, facendo suo il motto azione/reazione: a qualsiasi, anche lieve, errore e rimostranza dei ragazzi applica castighi corporali a valanga. Tutto ciò crea odio e ansia nei giovincelli.
Mathieu, umile sorvegliante, accetta i limiti dei ragazzi, li accoglie, li valorizza, non li bastona né moralmente, né fisicamente. È attento a loro e con l’unica sua arma, la musica, costituisce un coro, a cui aderisce anche il professore di matematica. E il clima cambia nonostante la cattiveria del direttore.
Mathieu trova in Pierre un giovincello dotato di capacità canore, conosce la madre, forse se ne innamora, ma lui piccolo e pelato non ha chance. Riuscirà a fargli avere una borsa di studio che poi lo lancerà nell’olimpo della musica. Accade un tourbillon finale dove il nostro capo coro viene licenziato, ma poi escono le magagne e le brutture del direttore che viene a sua volta spesato. Intensa e bellissima la scena finale, quando Mathieu  sta salendo sulla corriera e vede arrivare il piccolo Pepinot che vuole andare con lui. Il voissover dice: Era un sabato. E Pepinot salirà nel bus con Mathieu per vivere il resto della vita.
In questo lager i ragazzi erano considerati irrecuperabili, ma Mathieu  con la sua semplicità di cuore e affezione li aiuta. Così don Burgio al Beccaria.
Un film che fa riflettere e che mette al centro della discussione la figura dell’educatore che guarda con occhi amorevoli i ragazzi, non li giudica per le loro negatività, ma li segue umanamente nel cammino. Mathieu ha a disposizione il canto, crea un coro, li unisce, don Burgio parte da Cristo, ma è un cammino comune, dove il bene prevale sul male. Secondo me, non a caso, nella colonna sonora del film c’è il Kyrie eleison cantato dal coro. Un film  che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere.

lunedì 13 gennaio 2020

Arrotinoooooo


ARROTINOOOOOO

Quando ero piccolo passava per le vie del mio paese l'arrotino.
Bhe ne ho trovato uno moderno


giovedì 9 gennaio 2020

CANNABIS


Negozio in via Condotti, Roma 
Per fortuna i clienti erano solo stranieri

martedì 7 gennaio 2020

ALBERO DI NATALE


Una volta si mettevano nei Santuari i bigliettini per chiedere le grazie, ora invece si chiedono 

minchiate attaccandole all'albero di Natale



lunedì 6 gennaio 2020

venerdì 3 gennaio 2020

FLORENCE/ Meryl Streep e la musica che supera la malattia




FLORENCE/ Meryl Streep e la musica che supera la malattia

“Forse possono dire che non so cantare, ma nessuno può dire che non ho cantato”. Sono le ultime parole di Florence prima di spirare tra le braccia del marito. Bellissimo questo film, Florence (2016) di Stephen Frears, biopic un po’ romanzato, che parla di musica e di una donna, Florence Foster Jenksin, ricchissima ereditiera nata nel 1868 e morta nel 1944. Ammalata di sifilide per 50 anni trova la forza di vivere nella musica, nel canto lirico. Incide un disco a proprie spese in onore dei soldati in guerra. Lo potete ascoltare su YouTube nella versione originale. Le radio americane lo mandarono in onda a manetta e suo malgrado divenne una star… stonata. Anzi stonatissima. Ma lei non lo voleva sapere, viveva nel suo mondo mentre il marito elargiva stecche in dollari per comprarsi i critici musicali.
Direte: una pazza, un’eccentrica, una riccona fuori dalla realtà. Forse, può darsi, non ho letto il libro della sua vita, non spetta a me giudicare. Certo che la sua vita sembra una favola. Americana chiaramente. Florence trapassa la sua malattia con la musica e il canto. È questo che nonostante la sua patologia la tiene in vita.
Florence ė interpretata dalla bravissima Meryl Streep. Per me la più grande attrice degli ultimi 40 anni, sulla cresta dell’onda dal 1978 con Il Cacciatore, tre Oscar, tantissime interpretazioni di varia natura. Non è bella come Sharon Stone, come la Theron, ma le batte tutte. Vestire i panni di Florence poteva non essere difficile, ma lei ci ha messo del suo, poteva essere sconveniente come immagine, ma ne è valsa invece la pena. Ha reso umana e non viziata e neppure oca la figura di una donna ferita fisicamente con il pallino del canto lirico e con la presunzione di essere una brava cantante.
Il marito è nel film il pacione Hugh Grant che, beato lui, non invecchia mai. Le fa da manager e da corruttore di giornalisti. La mette a letto e poi va tutte le sere dalla sua amante, così da vent’anni. Finché arriva al punto di rottura, sentendo prendere in giro Florence per le sue non attitudini canore, riconosce invece un vero affetto che era rimasto sempre sopito per lei.
Florence ha fondato con i suoi dollari il Club Verdi, dove canta ed elargisce cospicui bigliettoni a vari personaggi tra cui Arturo Toscanini. Nella sua non modestia presunzione si esibì nella prestigiosa Carnegie Hall con un pienone pazzesco. La critica questa volta la massacrò senza che il marito riuscisse a coprirla. Morì un mese dopo.
Grandissima Meryl anche nei gorgheggi, negli acuti striduli, nelle stonature. Immedesimata sino in fondo, nell’umanità vera della cantante, con le sue paure e i suoi desideri, le toglie l’alone di macchietta che la circonda. Hugh Grant all’inizio ė il solito bamboccione inamidato nel sorriso e nello sguardo, con il suo freddo aplomb inglese. Ma poi si scioglie nel momento in cui viene toccata Florence e si trasforma in un uomo che sa amare non solo il proprio tornaconto. Grant da attore sottovalutato attraversa bene questa trasformazione.
Bravissimo il pianista di Florence (Simon Helberg) ha un viso e uno sguardo che fa sorridere anche quando non si muove. Non lo scopriamo adesso, basta sintonizzarsi sulla serie tv “The Big Bang Theory”, dove con i capelli a caschetto dei primi Beatles è uno dei mattatori e protagonisti dal 2007. Meriterebbe più spazio sul grande schermo.
Due parole sul regista Stephen Frears. Ha sfondato con The QueenLa Regina (2006), con cui Helen Mirren vinse l’Oscar nel 2007 come attrice protagonista, poi ha inanellato dei buoni film come Philomena (2013), Florence e Vittoria e Abdul (2017). Invecchiando ha girato dei film di buona qualità.
Giudizio finale su Florence. Grande M. Streep, bravissimo il suo pianista, voto positivo alla storia romanzata della soprano convinta di essere un’ugola d’oro. Un film biopic/commedia e allo stesso tempo drammatico, ma non banale. Anzi.