giovedì 17 settembre 2015

Yellow book - Non è Stagione di Antonio Manzini

NON È STAGIONE
Antonio Manzini
Sellerio - 2015








Il vicequestore si arrabbia se lo chiamano commissario, chissà perché? Se penso a Maigret...
Gli piace fumare le Camel, anch'io  quando fumavo. Si ostina a calzare le Clarks nonostante la neve, in tre libri ne ha buttate dodici paia. Anch'io le uso da 40 anni, ma non compro quelle originali. Pirla sì, ma non così.
In questa nuova avventura il vicequestore Rocco Schiavone indaga su un incidente con due morti, su un rapimento, sulla 'ndrangheta calabrese e su un omicidio.
Ad un certo punto afferma:
- Lo sa perche' succedono certe cose? Perché uno non guarda con attenzione.

Certo, l'osservazione della realtà è il metodo da cui partono due grandi investigatori, Padre Brown e del ten. Colombo.

Questo terzo romanzo acchiappa, ed ha un finale a sorpresa che non vi svelo.

martedì 15 settembre 2015

Yellow book: La Costola di Adamo di Antonio Manzini

La Costola di Adamo
Antonio Manzini
Sellerio Editore
2014




Secondo romanzo con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone. Poliziotto eccessivo, un po' maledetto e autodistruttivo. Qui si incrociano gli amici banditi di Trastervere con cui da una lezione al giovanotto stupratore ed al padre parlamentare. Lo aveva massacrato di botte e per questo motivo era stato confinato ad Aosta. Lo stupratore continua i suoi atti delittuosi e Rocco scende a Roma a punirlo.
Definitivamente? Leggete il libro.
Una donna viene trovata impiccata. Suicidio? Omicidio? Leggete il libro.  Anche qui Schiavone diventa giudice morale.
Nel frattempo piange sua moglie scomparsa e distrugge il suo rapporto amoroso con una bella aostana.


domenica 13 settembre 2015

Yellow book: Pista Nera di Antonio Manzini

Pista Nera
Antonio Manzini
Sellerio Editore
2013



In tutti i gialli che ho letto, italiani e stranieri, i commissari e gli ispettori sono tutti personaggi particolari, con storie affettive negative, con scheletri negli armadi e con arie autodistruttive. Uno solo si salva, Maigret di Simenon, che non giudica, ma che spesso ha pena per gli assassini.
Il giallista, sceneggiatore, attore, Antonio Manzini, con il suo vicequestore Rocco Schiavone non fa eccezione.
È stato trasferito ad Aosta da Roma, posto freddo con tempo di merda (così continuamente afferma), ha un c.v. non proprio immacolato, è iroso e violento.
È ad Aosta perché ha massacrato di botte rendendolo zoppo un giovanotto, stupratore seriale, figlio di un potente parlamentare. Sua moglie è morta, ma non ci è dato ancora di capire come. Parla con lei come se fosse viva.
Fuma spinelli al mattino per rilassarsi.
Quando può ruba agli stessi ladri.
Non uno stinco di santo.
In questo primo romanzo il vicequestore indaga su un morto trovato vicino ad una pista da sci tracimato da un gatto delle nevi in mille pezzetti. Era già morto prima di essere sminuzzato? Chi è l'autore?
L'attenzione ai particolari faranno si che Rocco colga nel segno.
Diverrà addirittura giudice morale con una piazzata al funerale del povero morto.

Un po' crudo come scrittura, è nello stile del personaggio. Ma si fa leggere.

venerdì 11 settembre 2015

FABRIZIO CORONA/ Il dolore e la "metamorfosi" che ci fa scoprire più uomini


http://www.ilsussidiario.net


C'è una sorta di elettricità quasi plastica e pruriginosa che si respira la sera dell'8 settembre 2015, esattamente davanti al cinema Odeon di Milano. Una massa fremente e vociante di popolo si accalca in malo modo all'ingresso della storica sala cinematografica meneghina: fotografi, giornalisti e cameraman con le ottiche schierate come mitra attendono al varco l'arrivo di Fabrizio Corona, Barabba delle folle e Gesù dei benpensanti, che dal 18 giugno scorso si è visto commutare la reclusione in affidamento in prova ai servizi sociali presso la comunità Exodus di don Mazzi, a Lonate Pozzolo. All'Oden di via Santa Radegonda è infatti in programma la prima del documentario dall'eloquente titolo “Metamorfosi”, opera prodotta dall'omonima associazione e scritta e diretta da Jacopo Giacomini e Roberto Gentile e realizzata con la collaborazione dello stesso Fabrizio. 
Ecco spiegato l'interesse della stampa e dei curiosi asserragliati: sono tutti lì per quell'uomo, “fan” e pennivendoli appollaiati come avvoltoi pronti a avere in pasto almeno un brandello di colui che altro non è che un “clic” assicurato e succulento per i quotidiani online, in grado di generare entropiche discussioni di dimensioni bibliche tra i lettori per una sarcastica legge del contrappasso della gran macchina del gossip che l'indomani, a torto, porrà unicamente l'attenzione sul caos che ha travolto Corona al suo arrivo, una buona mezz'ora dopo l'inizio della proiezione del docu-film e dopo che tutti gli ospiti si erano già accomodati compostamente all'interno.
La maggior parte di quelli che erano in lista per assistere alla prèmiere altri non erano che amici di Fabri – come amano chiamarlo - conoscenti, ex collaboratori e dipendenti che, uniti a qualche volto più o meno noto del mondo dello spettacolo, con un ordine quai monastico e un silenzio rispettoso, hanno preso posto sulle poltrone di pesante velluto rosso, senza schiamazzi. Fino all'entrata di Fabrizio in sala, il silenzio che ha accompagnato, prima la presentazione di Giacomini – che ha illustrato a grandi linee il modo in cui l'opera è stata composta a partire dal 2011, e poi la proiezione stessa – era di un'intensità quasi vibrante. Un silenzio carico d'attesa che non faceva altro che rendere tangibile il sentimento di amicizia che gran parte dei presenti provava per il Corona-uomo, non per il “personaggio”. Persone che probabilmente, in questi quasi tre anni di assenza dell'amico, ne hanno sentito la mancanza, e che, come sublime gesto d'affetto, lo hanno aspettato in tacita e vigile attesa, mentre, con un ritmo spesso vivace, a volte più lento, sul telone bianco scorrevano le immagini di questa opera “prima” di Giacomini e Gentile.
L'input della realizzazione del documentario, come lo stesso Jacopo spiega nell'introduzione alla visione, è la scoperta che, nonostante i suoi successi imprenditoriali e personali, lui, come Caligola nell'omonima pièce teatrale di Albert Camus – oserei dire – si  accorge che “gli uomini muoiono e non sono felici”. Giunge quindi il tempo per Jacopo di una metamorfosi, intesa come un percorso di crescita interiore, come la stessa etimologia del termine-chiave suggerisce. In questa esperienza di meta-forma, Jacopo decide di coinvolgere anche l'amico Corona, reduce dai guai giudiziari dell'arcinota vicenda di Vallettopoli. Ed è a questo punto del film che si incardina come una spina quello che è probabilmente il vero tema della pellicola: il dolore. Che non è solo quello di aver trascorso mesi e mesi in carcere: il tema della giustizia, dei reati, delle “coronate” non viene nemmeno sfiorato. Non ci sono buoni o cattivi, vittime o carnefici, non c'è il Corona “autentico” e il Corona “personaggio”. Appare, nel suo sordo e pervasivo dolore il Fabrizio-uomo che, con la lucidità di uno struggimento che almeno una volta nella vita abbiamo provato tutti noi mortali, che con viso stanco e tirato, quasi con strazio, confessa: “Io non sono sereno, non lo sono mai stato” e, con una sorta di paradossale scoramento continua: “Ma se fossi sereno non sarei me stesso”. Ed eccolo qui il nocciolo duro della questione, la dicotomia che strappa in due l'anima di chi vorrebbe essere in pace con sé e con il mondo, condurre una vita normale e ordinata ma che in fondo, e da solo, non ce la fa e forse non lo vuole davvvero.
Questo mondo, così come è fatto, non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualcosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo”, si sfoga ancora il Caligola di Camus con il servo Elicone e Fabrizio, in tutte le sfaccettature della sua complessa personalità, dallo schermo sembra dirci la stessa cosa non già perché, come vorrebbero etichettare anche Caligola, è “pazzo”, ma perché è così “ragionevole” da aver capito che al mondo “le cose, così come sono, non mi sembrano soddisfacenti”. 
Il percorso di “rinascita” che Giacomini e Metamorfosi propongono a Fabrizio si snoda attraverso incontri-scontri significativi che inizialmente lui accoglie con reticenza, come quello con Iole Calvigioni e il suo Rebirthing Transpersonale, il fare da spalla al clown di strada Fabio “Matisse” Corallini, la seduta con lo psicologo Massimo Soldati e, infine, la Aum Meditation e l'urlo liberatorio di Jacopo e dei compagni di terapia che gridano forte e a più riprese – si capisce facilmente leggendo il labiale poiché la voce è coperta dalla musica intensa – la parola basta. Basta: il verbum di chi, al culmine della sofferenza non ce la fa più. Un urlo munchiano che ricalca quello straziante che già si sente nei primi minuti di girato, quando Jacopo spinge Corona a sfogarsi ma che non è più lo strazio del folle col disturbo di personalità di cluster B, ma quello di chi ha iniziato il percorso per ricomporre la dicotomia del suo Io, cominciando a lasciarsi amare per quello che è: “Noi andiamo benissimo come siamo, siamo dei miracoli che camminano”, dice la Calvigioni, mettendo sostanzialmente fine alla continua ricerca di Corona che, per sua stessa ammissione, non fa altro che “tentare di cancellare l'idea che sono sbagliato”. 
“Siamo miracoli che camminano”, nessuno è sbagliato. Non ci sono Gesù o Barabba in questa storia ma semplicemente persone, uomini, che sperimentano più spesso di quanto vorrebbero l'esperienza atroce del dolore, ma che, in fondo, capiscono, come Fabrizio in chiusura della brevissima conferenza stampa che ha seguito la proiezione di “Metamorfosi”, e come molti altri tra noi, che tutto questo strazio d'animo era funzionale a farci capire che l'unica possibilità che abbiamo per rinascere è quella dell'abbraccio di chi ci ama esattamente così come siamo. Per Fabrizio queste persone sono il figlio Carlos, la mamma Gabriella, i fratelli e tutti quelli che ieri hanno riempito con rispetto la sala e con altrettanto decoro si sono alla fine alzati per salutarlo e abbracciarlo, commossi. Per me, per noi, ci sarà qualcun altro, ma ci siamo innanzitutto noi stessi: certo non perfetti, sicuramente pieni dei lividi della vita ma forniti per natura di tutto ciò che ci serve per arrivare, non certo alla completa contentezza, ma almeno a quel gogoliano sorriso tra le lacrime, che riempie di tenerezza la nostra im-perfetta natura umana.  

mercoledì 9 settembre 2015

GPS

GPS

Ero in aereo ed avevo il cellulare in modalità omonima e mi è venuta un'idea. Il mio telefonino anche senza connessione dati ha in funzione il gps e perciò ho provato a vedere se funzionava.
Certo che andava, mi dava la mappa e la velocità. Andavamo a 980 km orari. Avvicinandoci all'altezza di Pavia la velocità ha cominciato a diminuire arrivando a 500 km circa. Nel momento dell'impatto al suolo eravamo sopra i 200 km/H.
Da ridere: ogni tanto appariva il divieto dei 50 km orari.

lunedì 7 settembre 2015

Yellow book: IL RICERCATO di Lee Child

Lee Child
IL RICERCATO
Longanesi 



Questo è il romanzo n.17 edito in Italia con protagonista Jack Reacher. Tre libri non sono stati ancora tradotti, perciò siamo a quota venti.
I diciassette li ho letti tutti. Prendono, scritti semplicemente, sono thriller d'azione.
Jack Reacher è un ex poliziotto militare congedatosi dall'esercito con il grado di maggior. È arguto, intelligente, sveglio, attento a tutti i dettagli. Da militare non ha mai sbagliato una missione. Congedatosi ha deciso di viaggiare da vagabondo per tutti gli Stati Uniti. Vive con la pensione da militare, ogni tanto fa lavoretti, si muove di continuo, dorme in motel. Ha un bancomat ed un vecchio passaporto. Quando i vestiti sono logori e sporchi, in media ogni tre giorni, li butta e ne compra di nuovi, comodi ma a low cost. Non è un figo, è alto più di 190 cm, muscoloso, forte e ....  acchiappa spesso. Non si ferma mai in nessun luogo in maniera stanziale ma solo per brevi periodi dovuti soprattutto ad incontri fatti o ad avvenimenti accaduti. Questi perlopiù sono crimini che lo trovano involontariamente invischiato è che con il suo senso di giustizia risolve alla sua maniera: ammazzando i cattivi e salvando le vittime. Da buon militare ha una mira perfetta, ed utilizza la propria forza con altrettanta capacità ed intelligenza. Ha una mente calcolatrice, sa quanto impiega per fare una determinata azione o movimento, a che ora arriverà in un determinato posto in base alla velocità dell'auto ed al traffico. Esegue in maniera semplice calcoli complessi. A livello manuale è capace di fare tante cose, quello che gli manca lo riesce ad imparare in fretta. Conosce la storia, ha una mente fotografica per tutto e si sa orientare nel nulla. Un po' autistico, un po' robot, ma sempre un uomo.



Dalla saga letteraria è stato realizzato per ora solo un film, ma il sequel è già stato annunziato.
L'attore del film LA PROVA DECISIVA è Tom Cruise, che non è alto, ma fa colpo sulle donne. Il cinema ha cercato una star più fotogenica. Il regista e C. McQuarrie, pochi film tra cui il MISSION IMPOSSIBLE del 2015 sempre con Cruise. 
McQuarrie è stato un grande sceneggiatore, un film su tutti, I SOLITI SOSPETTI.

JR si muove in autostop oppure con i torpedoni americani per lunghe distanze. 
Importante, non ha casa, non ha auto. Provate a mettere insieme il costo annuale di benzina, assicurazione, gas luce, spese condominiali ed altro, con gli stessi dollari viaggereste per anni, non con il Freccia Rossa o Alitalia, non dormendo al Danieli o all'Excelsior.
Una vita da zingaro, da uomo senza legami, chiaramente da romanzo che per forza di cose si tinge di giallo.
Ne IL RICERCATO è in viaggio in autostop e viene caricato da un auto con due uomini e una donna. Questa gli fa capire di essere stata presa in ostaggio. JR si libera e scappa. Nel frattempo l'FBI è sulle tracce dei fuggitivi, un uomo e stato trovato ucciso.
Arriva la CIA. Il caso si complica, è un complotto per avvelenare la falda acquifera da parte di un gruppo di terroristi islamici. JR non scappa ma va sulle tracce dei sequestratori e ... ne vedremo delle belle.
Un thriller che acchiappa con diversi colpi di scena.

venerdì 4 settembre 2015

GRANDE SCHERMO 2005 - CINDERELLA MAN - Una Ragione per Lottare

GRANDE SCHERMO 2005 - CINDERELLA MAN - Una Ragione per Lottare

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Dal 1965 siamo arrivati al 2005 ed il film che vi propongo è CINDERELLA MAN - Una Ragione per Lottare. Potrebbe essere il film manifesto del family day contro la teoria gender attuale, non come contrapposizione, ma come giudizio e dimostrazione di un'esperienza positiva.
Il titolo già dice tutto, un uomo che ama profondamente la sua famiglia, i suoi tre figli e la moglie. Durante la depressione americana degli anni '30, James Braddock, per dare da mangiare alla propri cari si adatta a lavorare al porto come scaricatore.
È irlandese e cattolico, anche se si lascia andare ed afferma: Non ho più preghiere da dire. È un pugile e nel 1935 avrà l'occasione della vita e diventerà campione mondiale dei pesi medio-massimi.
Il regista è Ron Howard, il protagonista  Russell Crow, la moglie Renée Zellwegger, il manager Paul Giamatti. Mica paglia.
Facciamo un salto nel mondo del pugilato che mi è sempre piaciuto. Ho i ricordi delle sfide tra Nino Benvenuti e Emile Griffith, poi della roccia Carlos Monzon. Il più grande per me è stato Cassius Clay/Ali per stile e testa, finendo poi con il potente Tyson pre-galera. Di questi due boxer ho visto tutti gli incontri e letto anche libri sulla loro vita.
La boxe nel cinema ha avuto dei successi e delle pellicole memorabili, che ho visto e vi propongo. LASSÙ QUALCUNO MI AMA con P. Newman, TORO SCATENATO di Scorsese con De Niro, HURRICANE con D. Washington (anche se la boxe è stata solo di contorno), il primo ROCKY (che ricalca la storia di Braddock), il bellissimo THE FIGHTER (grandissimo C. Bale). Oscar vinti ed interpretazioni da cineteca.
Difficile girare un film sulla boxe. Gli attori debbono prepararsi fisicamente ed atleticamente in maniera reale, le riprese non possono essere come quelle TV degli incontri perché debbono trasmettere un pathos, delle suggestioni, ed il montaggio deve avere ritmo. In più il racconto e la sceneggiatura devono avere una consistenza, i personaggi non possono essere solamente degli atleti che tiran pugni, deve esserci una forte caratterizzazione. È vero anche che molti di questi film sono dei biopic, ma il trattamento della storia deve tenere stretto alla poltrona lo spettatore e questo si ottiene miscelando tutti i fattori appena elencati.
Parliamo ancora di CINDERELLA MEN. Il Cenerentolo è R. Crowe, ormai all'apice della carriera dopo l'Oscar del 2000 con IL GLADIATORE e sfiorando ancora la statuetta con A BEAUTIFUL MIND. La sua interpretazione è convincente, rispecchia la storia di James Braddock ma al tempo stesso  è capace di esaltare e far emergere il desiderio di bene che l'uomo ha per la propria famiglia, di lavorare e poi combattere sul ring per essa. Il regista è l'enfant prodige Ron Howard, che già piccolissimo esordì prima nella pubblicità, poi nei film come LASSIE e AMERICAN GRAFFITI. Divenne una conoscenza mondiale con HAPPY DAYS al fianco di Fonzie. È diventato regista e ha lavorato con i migliori attori. Un titolo però su tutti: A BEAUTIFUL MIND sempre con Crowe e vincitore dell'Oscar come regista e miglior film.
La mogliettina di Crowe è Renée  Zellwegger  che aveva sfondato con IL DIARIO DI BRIDGET JONES del 2001 e si era affermata con RITORNO A COLD MOUNTAIN. Dopo si è arenata e rifatta il viso. Peccato.
C'è anche Paul Giamatti, nel ruolo del manager. Lo reputo un attore versatile e camaleontico, capace di passare da UNA NOTTE da LEONI 2 a partecipazioni serie.

La fotografia è spettacolare, tutto girato in chiaro scuro, le inquadrature sembrano quadri di Caravaggio.

Amare e lottare. La vita è spesso dura e difficile, ma il sostegno della moglie, l'amore per essa e per i suoi tre figli, la lotta umana contro le avversità e le precarie condizioni economiche esaltano ancor di più il desiderio di bene di J.Braddock.
Le prime battute del film sono rivolte al manager: Vieni a salutare i miei figli.
I suoi cari sono sempre nei suoi pensieri e gli danno forza, come nel flash back di quando è in difficoltà su ring.
Il figlio più grande, per fame ruba un salame, il padre non lo bastona ma lo porta al negozio dove ha compiuto il furto e lì chiede scusa. Film educativo.
Oltre all'amore e alla lotta si parla anche di morte. È quella di un suo amico irlandese che vive in maniera turbolenta il rapporto con la moglie. La morte è anche sul ring: il detentore del titolo che lui batterà ha mandato nella fossa due pugili. La moglie di Braddock, ha paura che ciò accada al marito dato per perdente. Va in chiesa a pregare Dio e trova altra gente che prega per il suo caro James detto Jim.
La scena finale richiama a quella iniziale, è un insieme di flash back  del pugile con la famiglia e riassume il senso del film.
Una postilla finale per tutti quei clericali che sono accaniti detrattori della boxe. Il grande Cassius Clay, già diventato islamico, di passaggio a Roma dal suo amico Gianni Mina' chiese al giornalista di essere ricevuto da Papa Giovanni Paolo II.
Mina' aveva qualche aderenza con il segretario papale Stanislao e in maniera titubante ci provò.
Due giorni dopo furono inaspettatamente ricevuti in Vaticano. Non ci sono filmati, solo poche rarissime foto di circostanza, nessun giornale ne parlò. Papa Wojtila raccontò di essere un ammiratore di C.Clay e che in seminario si faceva lasciare dal rettore la chiave della sala tv per vedere gli incontri notturni (causa fuso orario) del campione.